giovedì 23 maggio 2019

pane e circenses


Panem et circenses

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Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi»)[1] è una locuzione latina, usata nell'antica Roma per sintetizzare le aspirazioni della plebe, o, in epoca contemporanea, in riferimento a strategie politiche demagogiche.
La citazione appartiene al poeta latino Giovenale:
(LA) «[...] [populus] duas tantum res anxius optat
panem et circenses»
(IT) «[...] [il popolo] due sole cose ansiosamente desidera:
pane e giochi circensi»
(Giovenale, Satira X[2])

Storia

Giovenale, grande autore satirico, amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con regolari distribuzioni di grano (panem), a volte integrate con elargizioni economiche a cui avevano diritto circa 200.000 cittadini di Roma e con l'organizzare diversi grandiosi spettacoli pubblici (circenses) quali le tremende lotte dei gladiatori e i crudeli combattimenti con animali e soprattutto le corse dei carri tirati da cavalli che si svolgevano in apposite gigantesche strutture come il Circo Massimo e il Colosseo [3].
La pratica di distribuire grano gratuitamente o a prezzi inferiori a quelli di mercato (frumentationes) era iniziata ai tempi della Repubblica regolata dalle lex frumentaria. Anche nei periodi successivi elargizioni di cibo furono fatte da magistrati o da chi volesse fare carriera politica curando in particolare gli spettacoli. Marco Terenzio Varrone Lucullo nel 79 a.C. da semplice edile curò giochi sfarzosi e sei anni dopo fu il presentatore di una generosa lex frumentaria.
Sotto l'Impero Roma giunse ad importare 3,5 milioni di quintali di frumento, per l'epoca quantità impegnativa. Si potrebbe sostenere che l'organizzazione politica dell'Impero fu modulata sulle due esigenze di rifornire di frumento la capitale e le legioni di stanza ai confini. L'immensa quantità del frumento importato da Roma proveniva da più province, Sicilia, Sardegna, province asiatiche e africane, ma il perno dell'approvvigionamento era l'Egitto, che soddisfaceva oltre metà del fabbisogno. Anche quando il trasporto era affidato a imprenditori privati, solo il controllo statale (guerra ai pirati, organizzazione dei siti di sbarco e stoccaggio ecc.) poteva permettere un tale risultato.
Per estensione, la locuzione è stata poi usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di spettacoli e attività ludiche collettive come le terme, o ancor più specificatamente a distogliere l'attenzione dei cittadini dalla vita politica, in modo da lasciarla alle élite. Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste, farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.
L'espressione Panem et Circenses alludeva ad un meccanismo di potere influentissimo sul popolo romano, era la formula del benessere popolare e quindi politico; un vero bozzo/strumento in mano al potere per far cessare i malumori delle masse, che con il tempo ebbero voce proprio nei luoghi dello spettacolo. Questa locuzione ("Panem et Circenses") viene anche usata per indicare il modo di parlare nell'età romana.

PANE E CIRCENSE

domenica 19 maggio 2019

A cosa servivano le piramidi

Ma a  cosa servivano le piramidi?
Frutto dell’ingegnoso e certosino lavoro di architetti, ingegneri, matematici, operai, contadini, intagliatori, decoratori e schiavi, secondo alcuni servivano a custodire e tramandare, impresse nella pietra, tutto il bagaglio di conoscenze astronomiche, matematiche e geografiche del popolo egizio. Molto più accreditata rimane, tutt’oggi l’ipotesi che servissero da monumenti funebri, per ospitare faraoni, tumulati insieme a tutte le loro ricchezze. Per quanto possa sembrare strano, le piramidi sono solo la parte superiore (sovrastruttura) delle tombe in cui i sovrani egizi venivano sepolti, per un periodo di 2000 anni circa, dal 2650 prima della nascita di Cristo sino a dirca il 1750… data dopo la quale in Egitto non si ebbero più piramidi, per lo meno di quelle dimensioni imponenti.

In tutta la storia dell’antico Egitto, le sepolture ebbero un carattere modulare, composte sempre dagli stessi elementi: la camera sotterranea in cui vi era il corpo del defunto, un corridoio e un pozzo che giungeva sino alla superficie, una sovrastruttura per segnalare la presenza della tomba e ricevere offerte per i defunti. Perché le piramidi erano così grandi dal punto di vista dimensionale? Secondo gli antichi Egizi il re era un Dio che discendeva sulla terra per ritornare in cielo dopo la morte. Le dimensioni imponenti segnalavano, dunque, che la tomba che stava sotto o dentro di esse ospitava il corpo di un Dio, non di un uomo. La parola piramide deriva dalla lingua greca, “pyramis”, nome preso probabilmente dalla tipica torta egiziana. Ma per gli egizi la piramide significava molto di più. Era la garanzia dell’immortalità del loro faraone, del loro conduttore, quindi del loro regno.

Nei tempi protodinastici i corpi dei defunti erano seppelliti in semplici tombe, nell’anonimato della sabbia e del deserto. Entravano in un processo di mummificazione naturale, come lo testimnoiano i vari cimiteri dell’area intorno alla valle dei re. Già in questa epoca gli egizi credevano nella vita dopo la morte, visti gli oggetti ritrovati accanto a queste mummie. Durante le prime dinastie, i sovrani iniziarono ad usare delle strutture di sepoltura più elaborate, destinate ai membri della corte. Le tombe a màstaba erano costituite un “gradone” di forma tronco-piramidale. La struttura conteneva alcune cappelle rituali e due porte: una “falsa”, attraverso la quale era consentito al defunto lasciare l’aldilà per andare a ricevere le offerte deposte dai vivi, ed un pozzo, chiuso con pietre e detriti, molte volte assai profondo, che dava accesso alla tomba vera e propria. La parte esterna della mastaba chiudeva l’accesso alla tomba e segnalava la presenza del sepolcreto. La costruzione di piramidi parte dal grande architetto egizio Imhotep (che gli Egizi, negli ultimi anni della loro civiltà, adorarono come Dio della medicina. Fu lui a realizzare la prima piramide. 100 anni prima di quella di Cheope, sotto il regno del re Djorser, durante la terza dinastia, tra il 2640 e il 2620 a.C.

Al quel tempo i faraoni venivano sepolti in tombe chiamate mastaba, Imhotep, il quale per la tradizione è anche fondatore della scienza medica egizia, ha avuto l’idea di mettere più mastaba una sopra l’altra, creando così la prima piramide a scaglioni nel deserto di Saqqara. La transizione dalla piramide a gradoni a quella con le pareti lisce ebbe luogo, durante il regno del Re Snefru, padre di Cheope, a Meidum, circa 70 chilometri a sud di Cairo. Nata probabilmente come piramide a gradoni, e forse proprio per questo, o per l’ancora poca esperienza architetti, la struttura collassò, scoprendo di nuovo l’aspetto originale a gradoni che possiamo ancora oggi ammirare. L’ossessivo desiderio per l’immortalità dei faraoni della quarta dinastia, insieme alla volontà e la credenza del popolo egizio, hanno permesso di costruire opere meravigliose e destinate a durare infinitamente, specie nei cuori degli appassionati di archeologia di tutto il mondo: le Piramidi di Giza.

LA MAIEUTICA

La maieutica

Il termine maieutica, dal greco maieutiké (sottinteso: téchne), significa "arte della levatrice" (o "dell'ostetricia") e designa il metodo socratico così come è esposto da Platone nel Teeteto. L'arte dialettica, cioè, viene paragonata da Socrate a quella della levatrice: come quest'ultima, il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri assolutamente personali, a differenza di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della persuasione (Socrate, e attraverso di lui Platone, si riferiscono in questo senso ai Sofisti). Parte integrante del metodo è il ricorso a battute brevi e taglienti - ovvero la brachilogia - in opposizione ai lunghi discorsi degli altri e la rinomata ironia socratica


Nel racconto dello stesso Socrate, l'ispirazione per questo tipo di dialettica derivava dall'esempio che il filosofo aveva tratto da sua madre, la levatrice Fenarete. Si trovano spunti e rielaborazioni del termine nello stesso Platone, durante tutto il Rinascimento e altrove.
La maieutica comincia dopo le fasi del rapporto maestro-discepolo e dell'ironia. Il rapporto tra adulto e ragazzo (Socrate-discepolo) in Grecia era una cosa lecita anche dal punto di vista erotico (in una persona si ammiravano non l'aspetto fisico, ma l'intelligenza e la raffinatezza spirituale). Socrate non arrivava al sesso. 

Il discepolo a quel punto era libero di scegliere se continuare il rapporto da un punto di vista ideologico oppure andarsene. Continuando questo rapporto subentrava la fase dell'ironia (finzione). Socrate fingeva di abbassarsi al livello culturale del discepolo ponendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e mediante il dialogo Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice. Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verità dal discepolo. La maieutica quindi non è l'arte di insegnare ma l'arte di aiutare. La verità non è insegnabile perché è un sapere dell'anima; per questo Socrate non inculcava nei suoi "discepoli" le proprie idee, ma li aiutava a "partorire la loro verità". 


Il metodo socratico, basato dunque su domande e risposte tra Socrate e l'interlocutore di turno, procede per confutazione, ossia per eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso consiste nel portare gradualmente alla luce l'infondatezza delle convinzioni che siamo abituati a considerare come scontate e che invece a un attento esame rivelano la loro natura di “opinioni”. Tale metodo è detto “maieutico” (ostetrico) perché conduce per mano l'interlocutore con brevi domande e risposte per indurlo ad accorgersi della propria ignoranza e a riconoscere il criterio della verità rispetto alla falsità delle sue presunzioni.

 Quindi non si basa sul tentativo di vincere l'interlocutore con la propria abilità retorica, così come facevano i sofisti. Socrate non contestava il fatto in sé che si potessero avere verità definitive, ma che venissero spacciate per tali delle convinzioni che non lo erano.
Aristotele, a dir la verità in maniera poco chiara, avrebbe attribuito a Socrate la scoperta del concetto e del metodo induttivo, sostenendo però al contempo la loro inadeguatezza al trattamento dei problemi dell'etica. In realtà il dialogo socratico ha un valore morale basato sul rispetto dell'interlocutore.

Il valore morale del dialogo socratico

Socrate vero sapiente




Secondo l'interpretazione di Gabriele Giannantoni[1], la dottrina socratica sarebbe spesso travisata per quanto riguarda valore e funzione del dialogo socratico. Tutto deriva da una interpretazione di Aristotele, primo storico della filosofia, che vede il filosofo ateniese come un anticipatore della sua stessa filosofia, quella della definizione del concetto. Socrate, cioè, nei dialoghi platonici, secondo Aristotele, si sarebbe inutilmente sforzato di arrivare a una verità razionale definita una volta per tutte: tentativo invece realizzato dalla logica aristotelica. 


In realtà la dottrina socratica del dialogos vuol mostrare la relatività del sapere, ossia l'idea del sapere mai definitivo: ecco perché Socrate è il più sapiente degli uomini, come ha detto l'oracolo al suo amico Cherefonte; egli sa che l'uomo è "ignorante", mentre i più, come i sofisti, credono di sapere (ma non sanno). 


È questa secondo Platone una delle colpe di Socrate: lui, che era vero sapiente, si dichiarava ignorante, i sofisti, veri ignoranti, facevano professione di sapienza. In questo modo il maestro contribuiva a distorcere il ruolo della filosofia. Egli stesso al processo, pur avendo rifiutato l'aiuto di un "avvocato" sofista, per l'abitudine di Socrate di dialogare in strada e nei più diversi luoghi era stato ritenuto dagli Ateniesi un sofista lui stesso.

Socrate, nemico politico

Saranno i politici a istruire contro di lui false accuse che porteranno al processo e alla condanna a morte. Sottoposti al dialogo da Socrate, che cerca di confutare l'oracolo mostrandogli che vi sono uomini con fama di grandi sapienti, essi si mostreranno per quello che sono: parolai che credono di possedere verità assolute, ma che in realtà non sanno "definire" ciò che credono di sapere. Essi quindi saranno costretti a dichiarare la loro ignoranza e presunzione e da quel momento odieranno Socrate. 


Socrate, quindi, per il regime democratico conservatore dell'Atene dopo la morte di Pericle, con la sua fama presso i giovani è un pericoloso avversario politico, un avversario da eliminare: egli mostra l'inadeguatezza della classe politica dirigente e anima la contestazione giovanile, con l'uso critico della ragione insegna a rifiutare ciò che si vuole imporre con la forza della tradizione o per una valenza religiosa.

Il rispetto delle leggi


David - La morte di Socrate

Socrate non può sfuggire alla condanna già decisa nel suo processo e d'altronde non tenterà di evitare la morte fuggendo, come gli suggeriscono gli amati discepoli, i quali non capiscono perché il maestro accetti l'ingiusta sentenza. Il comportamento di Socrate appare al senso comune dovuto a un malinteso principio di legalità, a un obbedire alle leggi sempre e comunque. 


In realtà, sosterrà Socrate, egli ha prima "dialogato" con le leggi ateniesi e si è convinto della loro giustezza; per questo egli è vissuto sempre ad Atene. Ora però queste stesse leggi sono ingiuste in quanto condannano un innocente; ma questo non autorizza a violarle. Se ciò avvenisse, si offenderebbero gli ateniesi che ritengono giusta la sua condanna; bisognerebbe allora usare il dialogo e convincerli: ma ormai, dice, "me ne manca il tempo" e poiché "è meglio subire ingiustizia piuttosto che farla", Socrate accetta serenamente la morte. 

Il rispetto della legge non è subordinato al nostro interesse particolare: essa va rispettata anche quando la si ritiene ingiusta, ma nel contempo è nostro dovere adoperarsi per modificarla col consenso degli altri.

Quindi la fedeltà al principio del dialogo fa accettare a Socrate anche la morte.
Il dialogo quindi per un verso, com'è riportato dal giovane discepolo Platone, è sempre "inconcludente"; non porta mai a termine ciò di cui si discute, non chiude, non definisce la verità una volta per tutte: la verità va sempre rimessa in discussione. Ma per un altro verso è proprio con il metodo socratico delle "brevi domande e risposte" che l'interlocutore, rispettato nel suo diritto di capire e fare obiezioni, è costretto a confessare la sua "ignoranza", capisce finalmente di "sapere di non sapere". 


Accanto alla relatività del sapere, chi dialoga con Socrate apprende non solo il valore teoretico del dialogo come ricerca comune di una verità sempre provvisoria, ma anche il valore morale (to meghiston agathòn, il sommo bene), questo sì definitivo: il rispetto dell'interlocutore.
Se, insomma, il Cristianesimo dirà: "Ama il prossimo tuo come te stesso", Socrate ci lascia un principio più umano, ma altrettanto grande: "Se non puoi amare il tuo prossimo, almeno rispettalo".

In pratica

Il metodo può essere utilizzato da un professore capace per insegnare agli studenti non delle nozioni, ma la predisposizione a pensare con la loro testa. Ecco alcuni fondamenti di questo metodo:
  • L'insegnante e gli allievi devono essere d'accordo sull'argomento da trattare.
  • Gli studenti devono accettare di rispondere alle domande dell'insegnante.
  • L'insegnante e gli allievi devono convenire sul fatto che il procedimento razionale in questione debba avere almeno la stessa importanza dei fatti veri e propri (da cui il ragionamento prende le mosse, ma nei quali non deve esaurirsi, se il fine è quello di oltrepassare i limiti dell'opinione per aspirare a conclusioni più generali).
  • L'insegnante dovrà mostrare agli allievi come evitare errori nel ragionamento; soprattutto, dovrà mostrare quanto sia radicata la tendenza a proporre le proprie convinzioni personali come verità ovvie e immediatamente condivisibili su un piano universale. Questo richiede un grande talento da parte del docente e una grande rapidità nel valutare le risposte e nel formulare le domande che siano maggiormente in grado di portare avanti fruttuosamente il dialogo; il che non esclude che egli possa esser ripreso dagli allievi, ove questi individuino errori da parte sua.
Si tratta di un metodo di formazione più che di informazione (come ha sottolineato Pierre Hadot), che rivela i suoi limiti all'interno di un'istituzione scolastica volta a valutare gli studenti e a consegnare titoli di riconoscimento. È innegabile la sua ricchezza dal punto di vista pedagogico, soprattutto in quanto incoraggia un atteggiamento attivo nei confronti della conoscenza, anziché un atteggiamento passivo di ricorso all'autorità.

Applicazione

Socrate ha spesso utilizzato il suo metodo ai fini della definizione di concetti morali quali la virtù, la pietà, la saggezza, la temperanza, il coraggio e la giustizia. Socrate non prende mai posizione a favore o contro una certa opinione: egli stesso dichiara a monte la sua ignoranza (ironia socratica). Si narra che l'oracolo di Delfi l'avesse dichiarato l'uomo più saggio della Grecia, proprio perché egli era consapevole di «sapere di non sapere» mentre gli altri credevano di sapere ed erano ignoranti, pieni delle loro personali convinzioni, non si rendono conto della loro stessa incapacità di attingere a una verità definitiva. Socrate si sforza dunque di condurre l'interlocutore a riconoscere che i suoi non sono altro che tentativi, destinati a fallire, di arrivare alla verità una volta per tutte. Socrate ritiene infatti che non si possa riconoscere la relatività della verità se non ci si libera delle "false opinioni" che fanno credere di possedere la verità assoluta.

Confutazione nel dialogo socratico

Socrate dichiara il proprio "non sapere", perciò nessuna delle confutazioni che egli opera potrà essere basata sulla contrapposizione di una verità, che Socrate conosce, all'errore dell'interlocutore. Di conseguenza, Socrate si impone un metodo di discussione che faccia affidamento solo su ciò che l'interlocutore afferma, accetta e riconosce da sé. 


Come si può dimostrare falsa un'affermazione senza contrapporgliene direttamente una vera? La risposta è: esaminando le conseguenze di tale affermazione. Dopo aver chiesto all'interlocutore di pronunciarsi esplicitamente e chiaramente su ciò che ritiene vero attorno a un certo tema, Socrate procede derivando, da quello che l'interlocutore ha fissato come punto d'avvio, delle conseguenze, delle quali l'interlocutore non era chiaramente consapevole. Questa è la “messa alla prova” delle credenze dell'interlocutore.
La confutazione può avvenire in diversi modi, dotati di diverso grado di forza argomentativa.

  • Il modo più forte è quello della “reductio ad absurdum”, ben noto e brillantemente applicato nella matematica, ma anche nelle argomentazioni ontologiche e fisiche di Parmenide, Zenone di Elea e Democrito. In questo caso, dall'ipotesi esaminata derivano delle conseguenze che la contraddicono o che si contraddicono fra loro e l'ipotesi deve, perciò, essere scartata. L'applicazione nei dialoghi socratici di questa modalità non è, però, continua né esclusiva e neppure molto frequente.
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  • Il secondo modo è la riduzione al falso: rispetto all'ipotesi o alle sue conseguenze vengono presentati degli esempi tratti dall'esperienza che non possono essere inquadrati entro l'ipotesi e perciò la contraddicono (chiamiamoli “controesempi”). Pur senza essere impossibile, l'ipotesi risulta - così - non vera; le cose non vanno come l'ipotesi prevede.
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  • Una terza modalità, più debole, è il derivare, da una delle ipotesi sostenute dall'interlocutore, delle conseguenze che contraddicono altre convinzioni dell'interlocutore. A rigore, così, non si dimostra che l'ipotesi in questione sia falsa, ma solo che l'interlocutore sostiene diverse tesi che non possono essere tutte vere; almeno una di esse dovrà essere falsa, anche se non sappiamo quale. La discussione mette in risalto le contraddizioni che l'interlocutore portava con sé senza esserne consapevole.
Spieghiamo meglio queste tre modalità attraverso esempi e chiarimenti, vedendole, però, in ordine inverso: dalla più debole alla più forte.

Il conflitto delle credenze nella mente dell'interlocutore

Questa più debole forma di confutazione è molto frequente nei dialoghi socratici e spesso prende l'aspetto più interessante e affascinante. È soprattutto attraverso questa frequente modalità che l'insegnamento di Socrate si rivolge direttamente alla persona che egli “interroga” e ne svela i conflitti interni, svolgendo così una “terapia dell'anima”. 


Presa di per sé, la si può chiamare confutazione solo in un senso improprio, perché, a regola, non sappiamo mai, da essa sola, quale delle tesi che si contraddicono sia da considerare confutata. Se le tesi in conflitto sono due, sappiamo solo che non possono essere entrambe vere, ma le altre possibilità rimangono tutte: può essere falsa l'una, o l'altra, o entrambe. 


Prendiamo un esempio dall’Eutifrone. In un primo passaggio Socrate domanda a Eutifrone se siano vere le storie mitologiche sugli dei e sui loro conflitti e sulle inimicizie intercorrenti fra loro. Eutifrone risponde affermativamente: la credenza in tale mitologia è una componente profonda della sua personalità e delle sue convinzioni. Poco dopo, però, Eutifrone - che si proclama esperto della santità (ossia di tutto ciò che riguarda il rapporto fra gli uomini e gli dei) - afferma che “pio” (o “santo”) è ciò che è “caro agli dei”. In sostanza egli sta sostenendo che esista un sapere attorno a ciò che è “caro agli dei” e che sulla base di tale sapere gli uomini (guidati da esperti, quali Eutifrone) possano regolarsi in pratica nei loro rapporti con essi.

 A questo punto Socrate fa notare l'incompatibilità tra la credenza nei miti sul conflitto fra gli dei (se questi sono in conflitto, vuol dire che gradiscono cose diverse) e la pretesa di conoscere ciò che è caro agli dei con la sicurezza che Eutifrone ostenta. Ciò che è caro agli dei sarà controverso (un dio amerà ciò che un altro odia) e – di conseguenza – il sapere compatto e sicuro attorno a tale soggetto sarà impossibile.
Proviamo ora a chiarire questa mossa del dialogo socratico. Uscendo per un attimo fuori dal contenuto letterale del testo, cerchiamo di immaginare alcune conseguenze estreme ed esemplari che si sarebbero potute trarre dalla difficoltà, se solo Eutifrone ne fosse stato più consapevole.[2] I tipi di esito sono tre:

  • si lascia cadere la credenza nei miti e si salva la convinzione che si possa avere un sapere attorno alla divinità. In questo caso la divinità si concepisce come qualcosa che non può essere descritto con i racconti tradizionali, ma che è in sé razionale (conoscibile con l'indagine) e coerente. Il santo e l'empio saranno così derivabili senza rischio di contraddizioni da tale nozione della divinità. Questa è la soluzione che, senza che lo pronunci qui apertamente (è Eutifrone, e non è lui, che deve render conto del proprio sapere!), Socrate mostra di preferire;
  • si conservano le credenze nel conflitto degli dei e si rinuncia a trovare una regola, comprensibile all'uomo e da lui applicabile in pratica, attorno a come rendersi graditi agli dei (la “scienza” del santo e dell'empio). La visione che ne deriva è quella di un universo “tragico”, nel quale coltivare ciò che è caro a una divinità può metterci in balia dell'odio di un'altra, come in effetti accade a molti degli eroi epici e tragici raffigurati nella poesia greca: di fronte alle immani forze in conflitto del divino, sono inutili tutti gli espedienti della previdenza e del sapere dell'uomo;
  • si lasciano cadere entrambe le credenze. Ad es. con una posizione ateistica, oppure con una tesi simile a quella che sosterrà Epicuro (III secolo a.C.): gli dei, perfetti e beati, non hanno passioni negative (non è possibile pensarli in conflitto), ma, in quanto perfetti, beati e autosufficienti, sono indifferenti a ciò che fanno gli uomini e nulla di umano sarà loro odioso né gradito.
Come si vede, dalla confutazione che Socrate rivolge a Eutifrone, non possiamo concludere nulla su quale tesi sia da considerare falsa. Sappiamo solo che non si può pretendere di affermarle entrambe. In questo consiste la “debolezza” di questa modalità di confutazione.

Controesempi e falsificazione

Questa modalità è di carattere oggettivo, poiché – a differenza della precedente - non si riferisce all'insieme delle credenze che sono nella mente di una persona e alla loro compatibilità, ma alla verità di ciascuna di esse, a prescindere da chi le sostenga. In questo senso la possiamo dire “più forte”: se applicata correttamente, infatti, è tale da mostrare falsa la tesi a cui si rivolge. Per il chiarimento e per un esempio riportiamo un breve passo dalla Storia della logica dei coniugi Kneale,[3] nel quale tale modalità viene paragonata alla “reductio ad absurdum”: "Socrate aveva adattato ai propri fini il metodo di Zenone.[4] È difficile arrivare a qualcosa di certo sulla dottrina del Socrate storico, ma quei passi platonici che, per la loro drammaticità, sembrano la testimonianza più attendibile al riguardo, fanno pensare che Socrate non fosse meramente un amatore della conversazione filosofica, ma un uomo che praticava una ben definita tecnica di confutazione delle ipotesi: mostrare che esse avessero conseguenze incompatibili o inaccettabili. [...] Ma si noti che la confutazione socratica differisce da quella zenoniana in questo: non v'è bisogno che le conseguenze tratte dalle ipotesi siano contraddittorie; in certi casi esse possono essere semplicemente false". Il caso delle conseguenze “semplicemente false” è esemplificato dai Kneale con un passo del Menone: dall'esame dell'ipotesi dell'insegnabilità della virtù, si arriva alla conclusione che, se la virtù fosse insegnabile gli uomini più virtuosi l'avrebbero trasmessa ai figli; ma casi di insuccesso di genitori illustri e virtuosi, Temistocle, Pericle, etc., i cui figli risultarono inetti, falsificano l'ipotesi. Qui l'ipotesi è smentita da un dato di fatto incompatibile con essa.

Reductio ad absurdum

Veniamo ora alla più forte delle modalità di confutazione praticate da Socrate. Un esempio piuttosto elaborato di reductio ad absurdum applicato da Socrate lo troviamo nel dialogo intitolato Ippia minore. Alla conclusione del dialogo, Socrate porta l'interlocutore ad ammettere la tesi paradossale e urtante,[5] secondo la quale chi faccia il male volontariamente sia migliore di chi lo faccia involontariamente e – detto ancora più chiaramente – solo un uomo buono può fare il male volontariamente: "Dunque chi volontariamente erri e di propria volontà si comporti vergognosamente e ingiustamente, un simile uomo, sempre che esista, non può essere altro che l'uomo buono". La conclusione è contraddittoria e ciò è evidente se sostituiamo l'espressione finale l'uomo buono con la sua equivalente colui che non fa il male. È questo il punto d'arrivo al quale il lettore del dialogo deve perciò giungere,[6] cioè che tale uomo non esista, ossia che nessuno faccia il male volontariamente.[7] Il Taylor riassume così il senso dell'argomentazione: "L'uomo che conosce veramente il bene ma sceglie qualcos'altro non può esistere, come non può esistere un quadrato rotondo ed è appunto perché tale persona non esiste che si possano asserire a proposito di lui i paradossi più audaci".[8]

sabato 18 maggio 2019

LA VITA OLTRE LA MORTE GLORIA POLO

La Chiesa ha concesso alla dottoressa Polo 
il permesso di raccontare la sua storia,
poiché nulla di quello che si legge
 nella sua testimonianza 
è contrario alla dottrina cattolica
costituendone semmai una conferma.
 Ad ogni modo, essa non si è 
ancora pronunciata riguardo all’esperienza mistica,
 motivo per cui la dottoressa Polo 
dichiara di sottomettersi
a qualsiasi futura decisione 
dell’Autorità Ecclesiastica
limitandosi per ora a girare il mondo
 per rendere la sua testimonianza, 
a titolo completamente gratuito, ovunque la invitino. 
TESTIMONIANZA
 DI GLORIA POLO

Sono stata alle porte
del cielo e dell’inferno
Nuova Testimonianza della dott.sa Gloria Polo
vedi anche i video:

LE PIU GRANDI SCOPERTE DELLA MEDICINA

La storia della medicina ha origini molto antiche e spesso dibattute.

I primordi

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Medicina istintiva.
L'atto terapeutico delle origini era essenzialmente autoreferenziale: il soggetto ferito o malato ricercava il rimedio allontanandosi dal gruppo o essendo abbandonato da esso (questo comportamento ha una testimonianza antico testamentaria; nella Bibbia si prescrive l'estromissione dalla tribù in presenza di alcune malattie ed è inoltre confermato dai moderni studi antropologici sui gruppi primitivo-moderni).
Tuttavia con lo stabilizzarsi dei gruppi e sviluppando maggior predominio del territorio, sorse una progressiva divisione dei ruoli: le femmine, oltre ad occuparsi dei piccoli, si diedero alla raccolta di vegetali, mentre i maschi si dedicarono alla caccia. Lo sviluppo della complessità del sistema comunitario contemplò come sua parte integrante la definizione dei ruoli, delle gerarchie corrispondenti e delle figure preposte al loro mantenimento, ossia una configurazione della dinamica sociale in cui ad ogni individuo era assicurata la sopravvivenza in funzione di un ruolo. In questo quadro, individui con appropriate caratteristiche si assunsero il compito di provvedere al mantenimento del tenore sanitario della comunità. Essa si sviluppò secondo due criteri ormai ben riconosciuti: la costante intellettuale e la ricerca istintiva del farmaco.
Questo esercizio primordiale, di attività finalizzate alla sanificazione del corpo attinto da malattia o da lesione, si ritrova in tutte le civiltà; spesso, nelle forme primigenie, si nota una commistione, una confusione, o comunque sempre almeno una vicinanza, fra le attività medicali e quelle religiose.
In effetti nella Grecia, in Egitto, in Mesopotamia, tra gli ebrei, si sviluppa una medicina sapienziale, esorcistica, esercitata da sacerdoti, in cui la terapia è la penitenza, l'eziologia della malattia è divina. Accanto a questa medicina sapienziale, in tutti gli ambiti si sviluppò anche una medicina artigianale, di artigiani della guarigione, di manipolatori di farmaci, di operatori manuali.

Storia antica

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Medicina egizia, Medicina mesopotamica e Storia della medicina ebraica.
I primi riferimenti della medicina egizia appartengono alla prima epoca monarchica (2700 a. C.). Essa aveva una concezione magica della infermità, esistevano svariate conoscenze e pratiche ma le pratiche mediche erano accompagnate da specifiche formule apotropaiche.
Più o meno contemporanea è la medicina mesopotamica, la cui principale testimonianza scritta è il Codice di Hammurabi (circa 1772 a.C.). Esso riportava, in tredici articoli, le responsabilità del medico nell'esercizio della sua professione, come pure i castighi previsti.
Anche qui primeggia una concezione soprannaturale della malattia: si tratta di un castigo divino a seguito della rottura di un tabù.

Storia orientale

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della medicina giapponese, Medicina indiana e Medicina cinese.

La medicina tradizionale cinese emerge come un modo fondamentalmente taoista di intendere la medicina ed il corpo umano, che si sostiene su un equilibrio instabile frutto di due forze primordiali il Yin (la terra, il freddo, il femminile) e lo Yang (il calore, il caldo, il maschile), capace di modificare i cinque elementi di cui è composto l'universo: acqua, terra, fuoco, legno e metallo. Questa concezione cosmologica determina un modello di malattia basato sulla rottura dell'equilibrio; il trattamento della stessa consiste nel recupero di questo equilibrio fondamentale. 

 Una delle prime vestigia di questa medicina consiste nel Nei Jing, che è un compendio di scritti medici datati intorno all'anno 2600 a.C. e che rappresenterà uno dei pilastri della medicina tradizionale cinese nei 4 millenni successivi. Una delle prime e più importanti revisioni è attribuita all'Imperatore Giallo Huang Di. In questo compendio si trovano alcuni concetti medici interessanti per l'epoca, specialmente in campo chirurgico. 


Ma la riluttanza a studiare cadaveri umani sembra aver sminuito l'efficacia dei suoi metodi. La medicina cinese sviluppò una disciplina a cavallo tra la medicina e chirurgia chiamata agopuntura. Secondo questa disciplina, l'applicazione di aghi su alcuni dei 365 punti di inserzione (fino ai 600, secondo le scuole), restituiva l'equilibrio perso tra lo Yin e lo Yang. 


Diversi storici della medicina[1] si sono chiesti perché la medicina cinese restò ancorata a questa visione cosmologica, senza raggiungere il livello di "scienza tecnica", nonostante la sua lunga tradizione e il suo corpo di conoscenze, al contrario modello classico greco-romano. La ragione, secondo questi autori, sarebbe nello sviluppo del concetto di logos, da parte della cultura greca, come una spiegazione naturale slegata dal modello cosmologico (Mythos). 


Con l'arrivo della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), e con l'apogeo del “taoismo”, (dal II secolo a.C. fino al VII secolo d.C.), si iniziano ad enfatizzare i rimedi naturali, vegetali e minerali, i veleni, la dietetica, così come le tecniche respiratorie e l'esercizio fisico. Da questa dinastia, fino alla dinastia Sui, (secolo VI) si misero in luce i seguenti studiosi:

  • Chun Yuyi: Dalle sue osservazioni sappiamo che sapevano già diagnosticare e trattare infermità come la cirrosi, l'ernia, e l'emottisi.
  • Zhang Zhongjing: Fu il primo a differenziare la sintomatologia dalla terapia
  • Hua Tuo: Un grande chirurgo multidisciplinare, al quale furono attribuite le tecniche di narcosi (Ma Jue Fa), le tecniche di laparotomia (Kai Fu Shu), così come la sutura. Studiò pure la ostetricia, la idroterapia e gli esercizi di ginnastica (WuQinXi).
  • Huang Fumi: Autore dello Zhen Jiu Yi Jing, un classico dell'agopuntura.
  • Wang Shu He: Autore del Mai Jing, un classico sul tema del polso.
  • Ge Hong: alchimista, taoista e fitoterapeuta che sviluppò il metodo per la longevità basato su esercizi espiratori, dietetici e farmacologici.
  • Tao Hongjing: esperto in rimedi farmacologici.
Agopuntura: una tecnica millenaria utilizzata tuttora nella medicina cinese contemporanea
Durante le dinastie Sui (581-618) e Tang la medicina tradizionale cinese vive un grande momento. Nell'anno 624 fu creato il Grande Servizio Medico, da dove si organizzavano gli studi e le ricerche in medicina. Sono di questa epoca le descrizioni molto precise di moltissime malattie, tanto infettive come carenziali, sia acute che croniche. E determinati riferimenti lasciano immaginare un importante sviluppo nelle specialità come la chirurgia, ortopedia o odontoiatria. Il medico che più si distinse in questo periodo fu Sun Simiao (581-682).
Durante la dinastia Song (960-1270) apparvero studiosi multidisciplinari come Chen Kua, pediatri come Qian Yi, specialisti di medicina legale come Song Ci, o agopuntori come Wang Wei Yi. Poco dopo, prima dell'arrivo della dinastia Ming, la menzione spetta a Hu Zheng Qi Huei (specialista in dietetica), e Hua Shuou (o Bowen, autore di una rilevante revisione del classico Nan Jing).
Durante la dinastia Ming (1368-1644) iniziano le influenze da fuori, medici cinesi esplorano nuovi territori e medici occidentali portano le loro conoscenze alla Cina. Una delle più grandi opere mediche dell'epoca fu il “Gran trattato di Medicina” di Li Shizhen. Si distinse in questo periodo come agopuntore Yang Jizou.
A partire dal secolo XVII e XVIII le influenze reciproche con l'occidente, ed il suo avanzamento tecnologico, e con le differenti filosofie imperanti (per esempio il comunismo) finiscono per conformare la attuale medicina cinese.

Ippocrate

All'interno del clima culturale “razionalistico” occidentale del V secolo a.C. si collocò anche la nascita della prima forma di scienza medica: con Ippocrate di Coo la medicina greca antica uscì dalla fase pre-scientifica, legata a pratiche e credenze magiche e religiose, e si organizzò intorno ad una metodologia decisamente razionale, rigorosa ed empirica. 


La medicina ippocratea in primo luogo prese le distanze dalla tradizione religiosa, ossia dalla tendenza ad attribuire le cause di alcune malattie ad una origine divina (come nel caso dell'epilessia): tutte le malattie avevano invece una causa “naturale”. In particolare Ippocrate, riprendendo un'idea che risaliva al pitagorico Alcmeone, sostenne che la malattia insorgesse quando nell'organismo si verificava una rottura dell'equilibrio esistente tra i quattro umori fondamentali (sangue, flegma, bile gialla e bile nera). Inoltre, sempre rifacendosi ad Alcmeone, sostenne che il centro delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti (oltre che del pensiero) fosse il cervello e non il cuore, come si credeva all'epoca. 


Un secondo, fondamentale, aspetto dell'impostazione di Ippocrate fu quello di separare sempre più la pratica e le teorie mediche dalla riflessione filosofica, entro cui esse erano prima incluse. Le conoscenze mediche divennero sempre più specialistiche e precise e non ebbero più nulla a che vedere con le teorie filosofiche astratte e generali (la commistione tra filosofia e medicina caratterizzava invece la scuola medica che derivava da Empedocle). 


Infine occorre sottolineare l'importanza e l'originalità della metodologia seguita da Ippocrate: in primo luogo l'importanza e la centralità dell'esperienza, dell'osservazione attenta e sistematica dei sintomi. Dall'analisi dei sintomi il medico doveva poi risalire alle cause interne della patologia, costruendo un quadro teorico complessivo e coerente, da cui discendeva poi la scelta della terapia.
Nel nuovo, rigoroso, metodo ippocratico, osservazione, teoria e tecnica (= pratica) non solo erano complementari e interdipendenti ma erano collocate sul medesimo piano di importanza: la tecnica non era affatto “inferiore” alla teoria (si pensi all'importanza della chirurgia).


LE PIU GRANDI SCOPERTE DELLA SCIENZA

Storia della scienza

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L'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, un esempio di fusione tra arte e scienza durante il Rinascimento
La storia della scienza riguarda le vicende, i personaggi, e le scoperte, che hanno portato a maturare il concetto di progresso scientifico. Essa ha prodotto quella che oggi è considerata la scienza moderna, ossia un corpo di conoscenze empiricamente controllabile, una comunità di studiosi e una serie di tecniche per investigare l'universo note come metodo scientifico, che si è evoluto a partire dai loro precursori, risalendo fino alla preistoria.
La rivoluzione scientifica vide l'introduzione del moderno metodo scientifico a guidare il processo di valutazione della conoscenza. Questo cambiamento è considerato così fondamentale che le indagini ad esso precedenti sono per lo più considerate prescientifiche. Molti, tuttavia, ritengono che la filosofia naturale antica possa rientrare all'interno del campo di competenza della storia della scienza.

Culture protostoriche

Tavoletta d'argilla sumera del 492 a.C. contenente dati astronomici.
Nei tempi preistorici, la conoscenza della natura e dei suoi segreti veniva tramandata principalmente tramite la tradizione orale, e si presentava come strettamente imparentata con la religione. Si trattava di un sapere essenzialmente pratico, basato perciò su abilità di tipo tecnologico e matematico, che porteranno allo sviluppo di civiltà avanzate come quella indiana, mesopotamica ed egiziana, dove secondo Erodoto avrebbe avuto origine la matematica.[1].
La nascita della scrittura permise la conservazione della conoscenza e la sua trasmissione con maggior accuratezza. I progressi dell'agricoltura, che portarono a una maggior disponibilità di cibo, rese possibile alle diverse civiltà di dedicarsi ad altri compiti oltre a quelli necessari per la sopravvivenza, perlopiù di carattere mistico-religioso: notevoli impulsi in tal senso vennero dati allo studio dell'astronomia, e della medicina.[1]
Molte civiltà antiche raccolsero così informazioni astronomiche sistematiche in maniera dettagliata attraverso l'osservazione del cielo ed avanzatissime tecniche di calcolo. Vennero ideati calendari funzionali alla semina e alla raccolta dei campi, nonché alle feste religiose.
Le conoscenze di base riguardanti l'anatomia umana si basavano sullo studio della flora e della fauna macrobiotiche, da cui si selezionavano i rimedi più opportuni ritenuti capaci di aiutare l'ammalato a liberarsi dagli spiriti malvagi. L'alchimia fu ampiamente praticata da numerose civiltà.

Mondo antico

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Fisica aristotelica.
Modello di vite d'Archimede, utilizzabile per la sollevazione di materiali, ad esempio per il pompaggio dell'acqua
Nel periodo compreso tra il VI secolo a.C. e il V secolo la scienza occidentale fu espressione delle scoperte e delle teorie elaborate in seno a due grandi civiltà: quella della Grecia antica e quella di Roma antica. Per cogliere la consistenza della scienza antica è necessario riferirsi ai principali autori ed opere dell'epoca come, per il mondo greco, ad Epicuro con le sue epistole dottrinali (Lettera ad Erodoto, Lettera a Meneceo, e la Lettera a Pitocle) ed a Tito Lucrezio Caro per il mondo latino, con il De rerum natura scritto nel I secolo a.C. Tra i personaggi di rilievo spicca Archimede, che intuì le leggi che regolano il galleggiamento dei corpi, scoprì e sfruttò i principi di funzionamento delle leve, e ideò numerose macchine e dispositivi come la vite di Archimede.[2]
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scienza greco-romana.

Scienze teoriche e scienze pratiche

Lo sviluppo della filosofia greca portò a concepire il mondo come una totalità (κόσμος) governata da una legge ad esso immanente, ritenuta intellegibile dalla mente umana.[1] Se i primi pensatori ionici si concentrarono sulla ricerca del principio originario (archè) a cui ricondurre tutti i fenomeni naturali, con Pitagora viene data la priorità al concetto intellegibile, ossia alla forma teorica da cui è possibile dedurre per via matematica e geometrica l'ordine della natura. Una tale impostazione sarà fatta propria da Parmenide, Platone e Aristotele. Per Platone, il Demiurgo ha plasmato la natura secondo modelli geometrici imperituri, ai quali occorre rifarsi per poterla comprendere.
Per Aristotele la natura non è un semplice meccanismo sottoposto a leggi di causa-effetto (come sostenuto dagli atomisti) ma è dominata da uno scopo, un fine che ogni essere naturale è chiamato a realizzare. Lo studio della qualità prevale sulla quantità, e la materia che se ne occupa è la metafisica, che culmina con la teologia, scienza teorica per eccellenza che mira alla contemplazione fine a se stessa. Essa è la «filosofia prima» che si occupa dell'«essere in quanto tale» (Οὐσία) nel significato di Dio, ed è distinta da Aristotele dalle scienze di basso profilo che si occupano invece delle realtà sensibili e mutevoli.
«Infatti la fisica si occupa di enti che esistono separatamente ma non sono immobili, e dal canto suo, la matematica si occupa di enti che sono sì, immobili, ma che forse non esistono separatamente e sono come presenti in una materia, invece la "scienza prima" si occupa di cose che esistono separatamente e che sono immobili. E se tutte le cause sono necessariamente eterne, a maggior ragione lo sono quelle di cui si occupa questa scienza, giacché esse sono cause di quelle cose divine che si manifestano ai sensi nostri. Quindi ci saranno tre specie di filosofie teoretiche, cioè la matematica, la fisica e la teologia, essendo abbastanza chiaro che, se la divinità è presente in qualche luogo, essa è presente in una natura siffatta, ed è indispensabile che la scienza più veneranda si occupi del genere più venerando.»
(Aristotele, Metafisica, VI (Ε), 1026, a 18-21)
Aristotele tuttavia, pur assegnando la priorità alla metafisica, teneva in grande considerazione la sperimentazione, utilizzando anche quella operata dai suoi allievi, primo tra tutti Teofrasto. In tal modo Aristotele sintetizzò il sapere scientifico dell'epoca in osservazioni di grande acutezza, che sarebbero state poi modelli d'autorità per la filosofia della natura almeno sino al XVII secolo. Svolgendo una grande opera di sistematizzazione, i suoi resoconti sulle tipologie, forme, abitudini e caratteristiche di animali e piante risulteranno un esempio indiscusso di "metodo descrittivo".[3]

Medioevo

In Medio Oriente

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scienza e tecnica islamiche, Epoca d'oro islamica e Casa della saggezza.
Lama in acciaio Damasco
Nel Medio Oriente tra l'VIII secolo e il XII secolo fiorì l'età dell'oro della cultura araba . Il centro di questo fermento scientifico fu Baghdad, che all'epoca era la città più grande del mondo , e prese avvio dalla sponsorizzazione di mecenati delle traduzioni in arabo di tutti i più importanti testi delle varie discipline scientifiche delle civiltà greca , indiana , persiana ormai decadute , nonché dalla costruzione delle prime cartiere copiate dalla Cina . La tolleranza multireligiosa e il pellegrinaggio annuale alla Mecca facilitarono i contatti e gli scambi tra gli studiosi che elaborarono scoperte originali che influenzarono i secoli a venire in tutto il mondo[4].
Nelle prime versioni islamiche del metodo scientifico, l'etica giocava un ruolo importante. Durante questo periodo si svilupparono i concetti di citazione e di peer review. Le conoscenze mediche, astronomiche e matematiche portarono allo sviluppo dell'alchimia. In matematica Muhammad ibn Musa Khwarizmi inventò l'algoritmo (che prese il nome da questo studioso persiano). Egli diede il nome anche all'algebra, che deriva da al-jabr, inizio del titolo di una delle sue opere.
Al-Batani (850-929) contribuì all'astronomia e alla matematica, Razi alla chimica. Tra le principali invenzioni vi furono l'acciaio di Damasco e la batteria di Bagdad.[5] L'alchimia sarà di ispirazione per Roger Bacon e Isaac Newton. In astronomia Al-Batani migliorò le misure fatte da Ipparco e preservò il testo greco Hè Megalè Syntaxis, tradotto come Almagesto. Migliorò anche la misura della precessione dell'asse terrestre.
Apogeo della scienza islamica fu nel periodo tra l'XI ed il XII secolo con la presenza di due importanti personaggi, Ibn Sina (980-1037) persiano noto come Avicenna e Ibn Rushd (1126-1198) di Cordova noto come Averroè. Queste due personalità della cultura islamica ebbero dei nemici molto agguerriti come Ghazali (1058-1111), ma furono ostacolati fortemente anche dall'opposizione delle autorità religiose musulmane.

In Oriente

Una riproduzione moderna del sismometro di Zhang Heng.
In Cina i progressi tecnici e scientifici si susseguono tra il X e l'XI secolo: tra le altre cose, i cinesi inventarono il razzo, il cannone, il fucile mentre continuarono ad utilizzare l'energia idraulica, a costruire ponti sospesi e trivellazioni profonde da cui estraevano gas e petrolio. Inventarono la stampa e la carta moneta, il sismografo e la sismologia. Il sostrato filosofico su cui si innestava la scienza cinese era rappresentato dal Taoismo, che diede anche notevoli impulsi allo studio di arti mediche come l'agopuntura.
Nell'età moderna la scienza cinese risentì tuttavia di diversi impedimenti, tra cui una burocratica organizzazione imperiale. Iniziò così il suo declino che si protrarrà fino al XVII secolo.[6]
Notizie sui progressi scientifici indiani vennero dai missionari gesuiti inviati in India da Papa Gregorio XIII durante il XVI secolo per informarsi sul calendario indiano: essi riportarono notizie sulla scuola di astronomia del Kerala, che si esprimeva nella lingua malayalam. Fondata dal matematico indiano Madhava (1340-1425), discepolo di Bhaskara, questa scuola scoprì intorno al 1350 il concetto di serie infinita, con i metodi di integrazione numerica e la serie del pi greco, nonché importanti funzioni trigonometriche, fondamentali strumenti della matematica moderna.

In Europa

Ricostruzione di un prototipo dei primi occhiali medioevali
In Occidente, la storia della scienza dall'antichità classica fino ai tempi della rivoluzione scientifica prosegue con l'indagine sul funzionamento dell'universo, indagine rivolta aristotelicamente allo studio delle qualità, ossia delle caratteristiche che contraddistinguono gli elementi nella loro intima essenza (come il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra) al di là del loro aspetto meccanico e quantitativo: una disciplina nota come filosofia naturale; coloro che ne prendevano parte erano chiamati filosofi della natura.[7] In molti casi lo studio sistematico del mondo naturale, promosso per lo più da comunità monastiche, continuerà a basarsi sulla distinzione tra scienze teoriche e scienze pratiche.
Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, gran parte dell'Europa perse contatto con le conoscenze già acquisite nel passato. Mentre l'Impero Bizantino aveva ancora centri di studio quali Alessandria d'Egitto e Costantinopoli, la conoscenza in Europa occidentale si concentrò nei monasteri, fino alla nascita delle prime università medioevali nel XII e XIII secolo. Nonostante ciò, anche il Medioevo fu ricco di invenzioni, come gli occhiali, l'organo a canne per scopi liturgici, i primi orologi da torre, i martelli idraulici per meglio sfruttare la forza dei mulini a vento,
Mappa delle università medievali.
La nascita delle Università in Occidente fu un evento decisivo per lo sviluppo della filosofia scolastica, che oltre alla teologia si proponeva lo studio della natura per conoscere le leggi iscritte da Dio nella creazione, le quali avrebbero consentito di elevare sempre più in alto l'intelligenza umana. In quest'ambito valevano come auctoritas anche filosofi dell'epoca greca e persino pensatori di origine islamica.[8] Due furono in particolare le scuole di pensiero, attestate peraltro su posizioni alquanto distanti tra di loro, che elaborarono ognuna un proprio metodo scientifico: quella di Parigi, facente capo ad Alberto Magno, seguito dal suo discepolo Tommaso d'Aquino, e quella di Oxford, dove fu attivo Ruggero Bacone.[9] Costoro, pur restando fedeli al metodo aristotelico, si occuparono di filosofia della natura basandosi sulle osservazioni degli eventi e contestando alcuni elementi anti-scientifici del pensiero greco. Tommaso in particolare, noto per aver riformulato in chiave nuova la concezione aristotelica della verità come corrispondenza dell'intelletto alla realtà,[10] sviluppò il concetto di analogia e di astrazione, il cui utilizzo è rintracciabile tuttora in più recenti scoperte scientifiche.[11]
Nei secoli successivi al XIII, nelle Università di tutta Europa tanto venne seminato e molto maturerà lentamente ma con una particolare accelerazione e discontinuità dopo l'invenzione della stampa, che diverrà un efficace vettore per la diffusione delle idee, dei lavori di ricerca e delle scoperte scientifiche, fino alla fioritura del Rinascimento.

Rinascimento europeo

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rinascimento.
Il Rinascimento è il periodo storico della civiltà compreso tra il XV ed il XVI secolo in cui tutti gli aspetti della cultura europea, partendo dall'Italia, conobbero un forte moto di discontinuità rispetto al periodo precedente, accompagnato da un'eccezionale fioritura culturale.
I fattori che determinano la rinascita intellettuale dell'Europa sono tuttavia rintracciabili già nel basso Medioevo,[12] in particolare nello sviluppo di nuove arti e mestieri che faranno del Rinascimento il primo periodo di fondazione della scienza moderna. Tra le attività che caratterizzano quest'epoca è da annoverare l'alchimia, a cui Clive Staples Lewis attribuisce una funzione di stimolo al progresso scientifico: «Troverete persino gente che scrive del XVI secolo come se la magia fosse una sopravvivenza medioevale, e la scienza la novità venuta a spazzarla via. Coloro che hanno studiato l'epoca sono più informati. Si praticava pochissima magia nel Medioevo: XVI e XVII secolo rappresentano l'apice della magia. La seria pratica magica e la seria pratica scientifica sono gemelle».[13]
Il tratto comune degli intellettuali rinascimentali, da Marsilio Ficino a Erasmo da Rotterdam, da Pico della Mirandola a Leonardo da Vinci, fu la riscoperta dei lavori dei filosofi dell'antichità. Questo fornì una base solida su cui si fondò il successivo lavoro scientifico. Il contatto con il mondo islamico, in Sicilia e in Spagna, consentì l'accesso a copie dei trattati romani e greci che erano andati perduti, nonché all'opera dei filosofi del Medio oriente. Le traduzioni e i commenti di Aristotele ad opera dello studioso islamico Averroè ebbero notevole influenza in Europa. Le opere di Marco Polo e le Crociate accesero l'interesse per la geografia e lo sviluppo della stampa intorno al 1450 permise alle nuove idee di raggiungere velocemente molte persone.

Rivoluzione scientifica

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione scientifica.
Gli studi di Vesalio ispirarono l'interesse per l'anatomia umana.
La scienza moderna iniziò in Europa in un periodo di grandi cambiamenti. La riforma protestante, la scoperta dell'America da parte di Colombo, la caduta di Costantinopoli, l'Inquisizione spagnola, nonché la riscoperta di Aristotele nel XII/XIII secolo, fecero presagire grandi cambiamenti sociali e politici. Perciò si creò un ambiente adatto, nel quale fosse possibile mettere in discussione la dottrina scientifica, in modo simile a quello in cui Lutero e Calvino misero in discussione la dottrina religiosa. Si notò come i lavori di Tolomeo in astronomia, Galeno in medicina e Aristotele in fisica non fossero sempre in accordo alle osservazioni sperimentali. Per esempio, una freccia che vola attraverso l'aria dopo aver lasciato l'arco contraddice l'affermazione di Aristotele secondo cui lo stato naturale di tutti gli oggetti è a riposo (Nicola d'Oresme). Allo stesso modo, Vesalio, studiando cadaveri umani, riscontrò inesattezze nell'anatomia descritta da Galeno.
Isaac Newton fu uno dei protagonisti della rivoluzione scientifica.
Il desiderio di controllare le verità fino ad allora indiscutibili e cercare le risposte per le nuove domande che ne sorsero, produsse un periodo di grandi avanzamenti scientifici, che ora è noto come rivoluzione scientifica. L'inizio della rivoluzione scientifica è posto convenzionalmente da molti storici (come Howard Margolis) al 1543, quando fu stampato il De Revolutionibus Orbium Coelestium di Niccolò Copernico. La tesi di questo libro è che la Terra si muove intorno al Sole. La rivoluzione culminò con la pubblicazione di Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Isaac Newton nel 1687.
Altre scoperte scientifiche importanti furono fatte durante questo periodo da Galileo Galilei, Christiaan Huygens, Johannes Kepler e Blaise Pascal. Nella filosofia della scienza furono invece attivi Francis Bacon, Sir Thomas Browne, René Descartes e Thomas Hobbes. Si svilupparono le basi del metodo scientifico: il nuovo modo di pensare metteva l'accento sulla sperimentazione e sulla ragione calcolante, non più rivolta alla ricerca delle essenze metafisiche, inducendo a considerare "scienza" solo quel complesso di conoscenze ottenute dall'esperienza e a questa funzionali. Secondo una celebre formula di Galilei, il libro della natura è scritto in leggi matematiche, e per poterle capire è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che essa ci mette a disposizione.[14]

Scienza moderna e progresso scientifico

Il pensiero scientifico, divenuto fattore fondamentale della crescita della conoscenza umana, rappresentò il modello preminente per la comprensione del mondo naturale. Durante il XIX secolo emersero personalità che, dedicandosi al loro lavoro, professavano di essere veri e propri professionisti della scienza, e sorsero contemporaneamente diverse istituzioni che se ne occuparono in modi e attività che sarebbero continuate attraverso il XX secolo fino ai giorni nostri.
Lo sviluppo dei movimenti empiristi e razionalistici in ambito filosofico, confluiti nell'Illuminismo e nel Positivismo, furono stimolati ed a loro volta favorirono gli sviluppi del pensiero scientifico moderno, inducendo diversi pensatori come Auguste Comte a parlare di progresso scientifico inarrestabile.
In particolare, proprio Comte, illustrava con la sua opera il passaggio da uno stadio teologico ad uno metafisico e, da questo, ad uno stadio positivo. Comte si occupava della classificazione delle scienze nonché di un transito dell’umanità verso una situazione di progresso riconducibile ad una rivisitazione della natura in funzione dell'affermazione della 'socialità' come base della società interpretata scientificamente (Guglielmo Rinzivillo, Natura, cultura e induzione nell'età delle scienze. Fatti e idee del movimento scientifico in Francia e Inghilterra, Roma, Nuova Cultura, 2015, p. 79 e sg., ISBN 978-88-6812-497-7).
Durante il XX secolo il ruolo della scienza nella società è cresciuto in effetti in maniera notevole, tanto da essere divenuto funzionale alle istituzioni statali civili e militari, nonché assetto centrale dei processi produttivi, tecnologici ed economici mondiali.
Modello interpretativo della scienza basato sull'errore: per Popper il progresso consiste nell'accantonare le teorie rivelatesi fallaci
Nel frattempo sono affiorate però anche nuove riflessioni sul modo di intendere il progresso scientifico, in contrapposizione all'atteggiamento ottimista del positivismo ottocentesco. È stato rilevato come il carattere della scienza rimanga pur sempre fallibilista, soprattutto da parte di autori come Charles Sanders Peirce e Karl Popper. Per quest'ultimo il progresso scientifico non consiste nell'accumulo di verità, ma in una progressiva eliminazione degli errori, che non consente mai di stabilire una conoscenza come certa e acquisita: non è definendo nuove verità, ma solo imparando dagli errori che si evolve la scienza, in maniera analoga all'evoluzione biologica.[15]

Storia della scienza e della tecnica

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Progresso tecnico.
La storia della scienza e della tecnica è un campo della storia che esamina come si è evoluta nei millenni la comprensione della scienza e della tecnica da parte dell'umanità, e come questa comprensione abbia permesso di generare nuove tecnologie. Questo campo della storia studia anche l'impatto culturale, economico e politico delle innovazioni scientifiche. Studiare l'evoluzione di una tecnologia o di una scienza attraverso il suo sviluppo storico consente di comprenderne i concetti sul nascere e nel divenire. È un approccio da consigliare a chi insegna, per far comprendere la genesi delle idee alla base di ciò che si sta illustrando.

Storici e storiografia della scienza

Storia e storiografia sono due termini usati distintamente per separare l'opera dello scienziato dall'opera dello storico della scienza, due ruoli che non sempre e non necessariamente sono stati ricoperti dalla stessa persona.
La storiografia di fatto restituisce la storia della scienza al pubblico, e nello stesso tempo ne costituisce la fonte non primaria.
Fra le principali fonti storiografiche italiane due Bollettini hanno avuto rilievo internazionale nel recente passato. Per il mondo accademico italiano, a queste si può aggiungere la rivista Giornale di matematiche fondata a Napoli nel 1863.
Il Bullettino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fisiche di Baldassarre Boncompagni, fu la prima rivista in Europa interamente dedicata alle scienze, alla storia della matematica e storia della fisica, antica (greca, araba, egiziana, ecc.) e moderna. La prima edizione uscì in stampa nel 1868, e continuò per venti ininterrotti anni a cadenza mensile. Presto divenne un punto di riferimento per scienziati, docenti e studenti di scuole superiori e università.
Il bollettino era rivisto e diretto personalmente da Boncompagni, ed era diviso in due sezioni: pubblicazioni, ed una seconda con decine di pagine che presentavano un accurato indice bibliografico di articoli, libri, atti di congressi, inediti carteggi epistolari fra scienziati. Il bollettino terminava con un indice dei nomi, e delle recenti pubblicazioni europee quali atti annuari, altri bollettini.[16]. Per le opere fornisce citazioni puntuali, storia delle traduzioni esistenti, estremi di archiviazione nelle biblioteche e collezioni private.
Su questa tradizione propriamente italiana, si colloca il Bollettino di Storia delle Scienze Matematiche, rivista universitaria fondata nel 1928, e di rilievo internazionale. Come il precedente, è una rivista multilingue, estesa a tutte le scienze esatte, pubblica inediti storici (carteggi, ricerche di archivio, ecc.), e pubblicazioni vere e proprie. L'Unione Matematica Italiana lo ha pubblicato sotto il nome attuale dal 1981 fino al 2000, e dopo un cambio di proprietà, continua ancora a diffondere saggi e articoli in italiano, inglese, francese, tedesco o latino; ricerche d'archivio, e in generale agli strumenti per la ricerca storica. Gli articoli sono peer-rewieved.[17].