Il Canto degli Italiani
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| Il Canto degli Italiani (Canto nazionale) | |
|---|---|
| Copertina dell'edizione del 1860 stampata da Tito I Ricordi. | |
| Compositore | Goffredo Mameli (testo) Michele Novaro (musica) |
| Tonalità | Si bemolle maggiore |
| Tipo di composizione | Inno patriottico |
| Epoca di composizione | autunno 1847 |
| Prima esecuzione | Genova, 10 dicembre 1847 |
| Autografo | Archivio storico Ricordi |
| Durata media | 4 minuti (versione completa) |
| Ascolto | |
Il canto fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti[2], sebbene dopo l'unità d'Italia (1861) come inno del Regno d'Italia fosse stata scelta la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell'epoca: Fratelli d'Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina[8][9], mal si conciliava con l'esito del Risorgimento, che fu di stampo monarchico[10].
Dopo la seconda guerra mondiale l'Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha conservato anche in seguito rimanendo inno de facto della Repubblica Italiana[2]. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, fino a giungere alla legge nº 181 del 4 dicembre 2017, che ha dato al Canto degli Italiani lo status di inno nazionale de iure[5].
Indice
- 1 Storia
- 1.1 Le origini
- 1.2 Il debutto
- 1.3 Dai moti del 1848 all'impresa dei Mille
- 1.4 Dall'unità d'Italia alla prima guerra mondiale
- 1.5 Durante il fascismo
- 1.6 Nella seconda guerra mondiale
- 1.7 Dalla fine della guerra alla sua adozione a inno nazionale provvisorio
- 1.8 Dal secondo dopoguerra alla riscoperta
- 1.9 L'ufficializzazione come inno nazionale italiano
- 2 Il testo
- 3 La musica
- 4 Le incisioni
- 5 Negli eventi
- 6 Note
- 7 Bibliografia
- 8 Voci correlate
- 9 Altri progetti
- 10 Collegamenti esterni
Storia
Le origini
Sulla data precisa della stesura del testo, le fonti sono discordi: secondo alcuni studiosi l'inno fu scritto da Mameli il 10 settembre 1847[12], mentre secondo altri la data di nascita del componimento fu due giorni prima, l'8 settembre[13][14]. Tra i sostenitori della seconda ipotesi ci fu Giosuè Carducci, che riassunse così il contesto storico in cui nacque il Canto degli Italiani:
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«[…] Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di
un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben
presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che
risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola
nel 1848 e 1849 […]»
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| (Giosuè Carducci[13]) |
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«[…] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e
strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento,
sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un
sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a
quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in
casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente.
Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza
neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla
memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un
foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione
rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero
foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia […]»
|
| (Michele Novaro[2]) |
Stesura autografa
della prima strofa e del ritornello: nella foga Goffredo Mameli vergò
"Ilia" invece di "Italia" e scrisse "chiamo" in luogo di "chiamò"; il
ritornello iniziava invece con «Siam stretti a coorte», subito corretto
da Mameli, appena sopra la riga stessa, in «Stringiamgi a coorte». Quest'ultimo fu in seguito rettificato nel definitivo, e ortograficamente corretto, «Stringiamci a coorte»
Anche l'inno nazionale greco, che fu composto nel 1823, fu uno dei brani a cui si ispirò Mameli per il suo canto: in entrambi i componimenti sono infatti contenuti dei riferimenti all'antichità classica, che è vista come esempio da seguire per affrancarsi dal dominio straniero, e dei richiami alla combattività, che è necessaria per poter ambire alla riconquista della libertà[20]. Nell'inno nazionale greco è presente, come nel Canto degli Italiani, una menzione all'Impero austriaco e al suo dominio sulla penisola italiana (un verso della versione completa dell'inno greco, che è formata da 158 strofe, infatti recita «L'occhio dell'Aquila nutre ali e artigli con le viscere dell'italiano», dove l'aquila è lo stemma imperiale asburgico)[20].
L'Italia è anche citata nell'inno nazionale polacco, scritto nel 1797 a Reggio Emilia in epoca napoleonica, il cui ritornello recita: «Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi włoskiej do Polski» (ovvero "In marcia Dąbrowski, dalla terra italiana alla Polonia")[21]. Il testo fa riferimento all'arruolamento, tra le file delle armate napoleoniche di stanza in Italia, di volontari polacchi che erano fuggiti dalla loro terra di origine perché perseguitati per motivi politici; la Polonia era infatti scossa da moti di ribellione che erano finalizzati all'indipendenza del Paese slavo dall'Austria e dalla Russia[21]. Questi volontari parteciparono alla prima campagna d'Italia con la promessa, da parte di Napoleone, di un'incipiente guerra di liberazione della Polonia: in particolare, il testo esorta il generale polacco Jan Henryk Dąbrowski a volgere al più presto le armate verso la loro terra[21]. Il riferimento è vicendevole: nella quinta strofa del Canto degli Italiani si cita infatti la situazione politica della Polonia, che all'epoca era simile a quella italiana, dato che entrambi i popoli non avevano una Patria ed erano soggetti a una dominazione straniera. Questa vicendevole citazione Italia-Polonia nei rispettivi inni è unica al mondo[21].
In origine era presente, nella prima versione del Canto degli Italiani, un'ulteriore strofa che era dedicata alle donne italiane[22]. La strofa, eliminata dallo stesso Mameli prima del debutto ufficiale dell'inno, recitava: «Tessete o fanciulle / bandiere e coccarde / fan l'alme gagliarde / l'invito d'amor»[22][23].
Nella versione originaria dell'inno, il primo verso della prima strofa recitava «Evviva l'Italia», Mameli lo cambiò poi in «Fratelli d'Italia» quasi certamente su suggerimento di Michele Novaro stesso[24]. Quest'ultimo, quando ricevette il manoscritto, aggiunse anche un reboante «Sì!» alla fine del ritornello cantato dopo l'ultima strofa[25][26].
Il debutto
La
prima copia stampata dell'inno, che fu realizzata su foglio volante
dalla tipografia Casamara di Genova. Venne distribuita il 10 dicembre
1847 a coloro che presero parte al corteo del quartiere genovese di
Oregina. Mameli aggiunse poi a penna la quinta strofa dell'inno,
inizialmente censurata dal governo sabaudo perché giudicata troppo
antiaustriaca
Vi fu forse una precedente esecuzione pubblica, di cui si è persa la documentazione originale, da parte della Filarmonica Voltrese fondata da Nicola Mameli, fratello di Goffredo[27], il 9 novembre 1847 a Genova[28]. In questa prima esecuzione pubblica fu cantata la prima versione del Canto degli Italiani, in seguito modificata in quella definitiva[28].
Essendo il suo autore notoriamente mazziniano, il brano venne proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848: la sua esecuzione venne vietata anche dalla polizia austriaca, che perseguì pure la sua interpretazione canora – considerata reato politico – sino alla fine della prima guerra mondiale[29].
Tuttavia il 18 dicembre 1847 il giornale "L'Italia" di Pisa pubblicava questa notizia da Torino:
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«[…] Da molte sere numerosa gioventù si aduna nel locale dell'Accademia filodrammatici
a cantare un inno all'Italia del Cav. Mamelli, posto in musica dal
maestro Novaro. La poesia ...è piena di fuoco, la musica vi corrisponde
pienamente...[…]»
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| (Associazione Nazionale Volontari di Guerra, pag. 235) |
Il
santuario della Nostra Signora di Loreto del quartiere genovese di
Oregina davanti al quale, il 10 dicembre 1847, fece il suo debutto
pubblico il Canto degli Italiani
Dai moti del 1848 all'impresa dei Mille
Quando debuttò il Canto degli Italiani, mancavano pochi mesi ai moti del 1848. Poco prima della promulgazione dello Statuto Albertino, era stata abrogata una legge coercitiva che vietava gli assembramenti formati da più di dieci persone[15]. Da questo momento in poi, il Canto degli Italiani conobbe un crescente successo anche grazie alla sua orecchiabilità, che ne facilitò la diffusione tra la popolazione[15].Con il passare del tempo, l'inno fu sempre più diffuso e venne cantato quasi in ogni manifestazione, diventando uno dei simboli del Risorgimento[36]. Il brano fu infatti cantato diffusamente dagli insorti in occasione delle cinque giornate di Milano (1848)[10][13][15], e venne intonato frequentemente durante i festeggiamenti per la promulgazione, da parte di Carlo Alberto di Savoia, dello Statuto Albertino (sempre nel 1848)[37]. Anche la breve esperienza della Repubblica Romana (1849) ebbe, tra gli inni più intonati dai volontari[38], il Canto degli Italiani[39], con Giuseppe Garibaldi che fu solito canticchiarlo e fischiettarlo durante la difesa di Roma e la fuga verso Venezia[12].
Quando il Canto degli Italiani diventò popolare, le autorità sabaude censurarono la quinta strofa[2], estremamente dura con gli austriaci; tuttavia dopo la dichiarazione di guerra all'Austria e l'inizio della prima guerra d'indipendenza (1848-1849)[10], i soldati e le bande militari sabaude lo eseguivano così frequentemente che re Carlo Alberto fu costretto a ritirare ogni censura[40]. L'inno era infatti diffusissimo, soprattutto tra le file dei volontari repubblicani[41]. Durante la prima guerra d'indipendenza, oltre al Canto degli Italiani, era molto diffuso tra le truppe sabaude il canto risorgimentale Addio mia bella addio[42].
Pagina con le sei strofe dell'edizione 1860 stampata da Tito I Ricordi
Dall'unità d'Italia alla prima guerra mondiale
Dopo l'unità d'Italia (1861) come inno nazionale fu scelta la Marcia Reale[44], composta nel 1831: la decisione fu presa perché il Canto degli Italiani, che aveva contenuti troppo poco conservatori ed era caratterizzato da una decisa impronta repubblicana e giacobina[8][9], non si combinava con l'epilogo del Risorgimento, di matrice monarchica[10]. I riferimenti al credo repubblicano di Mameli – che era difatti mazziniano – erano però più di carattere storico che politico[9]; di contro, il Canto degli Italiani era malvisto anche dagli ambienti socialisti e anarchici, che lo consideravano invece all'opposto, cioè troppo poco rivoluzionario[47].Dopo la terza guerra di indipendenza, a Unità d'Italia quasi completata, l'inizio della seconda strofa fu cambiato da "Noi siamo da secoli / calpesti, derisi" a "Noi fummo per secoli / calpesti, derisi", e nel ritornello venne ripetuta la frase "siam pronti alla morte"[48][N 3].
Manifesto propagandistico degli anni 1910 riportante lo spartito del Canto degli Italiani (qui chiamato Inno di Mameli) e un testo a cinque strofe. Non è richiamata quella che è nota come quinta strofa[N 4]: in sua vece è stampato il sesto gruppo di versi, cioè la strofa introdotta successivamente e quasi mai eseguita
Il brano fu uno dei canti più comuni durante la terza guerra d'indipendenza (1866)[10], e anche la presa di Roma del 20 settembre 1870 fu accompagnata da cori che lo intonavano insieme alla Bella Gigogin e alla Marcia Reale[44][51]; nell'occasione, il Canto degli Italiani venne spesso eseguito anche dalla fanfara dei bersaglieri[48]. Anche dopo la fine del Risorgimento il Canto degli Italiani, che era insegnato nelle scuole, restò molto popolare tra gli italiani[52], ma a esso, però, si affiancarono altri brani musicali che erano collegati alla situazione politica e sociale dell'epoca come, ad esempio, l'Inno dei lavoratori oppure Addio a Lugano[53], che in parte oscurarono la popolarità degli inni risorgimentali (Canto degli Italiani compreso), dato che avevano un significato più legato ai problemi quotidiani[34].
Prima pagina del Corriere della Sera
del 21 maggio 1915: i deputati acclamano l'assunzione dei poteri da
parte del governo, per l'imminente entrata in guerra, cantando l'inno di
Mameli e Novaro
Nel 1916 il poeta e regista Nino Oxilia diresse il film muto L'Italia s'è desta!, il cui titolo riprende il secondo verso del Canto degli Italiani. La proiezione della pellicola cinematografica veniva accompagnata da una orchestra con coro che eseguiva gli inni patriottici classici più famosi del tempo: l'Inno di Garibaldi, il Canto degli Italiani, il coro del Mosè in Egitto di Gioachino Rossini e i cori del Nabucco e dei I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi[56].
Durante il fascismo
Dopo la marcia su Roma (1922) assunsero grande importanza i canti prettamente fascisti come Giovinezza (o Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista)[57], i quali vennero diffusi e pubblicizzati molto capillarmente, oltreché insegnati nelle scuole, pur non essendo inni ufficiali[58]. In questo contesto le melodie non fasciste furono scoraggiate, e il Canto degli Italiani non fu un'eccezione[34]. Nel 1932 il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace decise di proibire i brani musicali che non inneggiassero a Benito Mussolini e, più in generale, quelli non legati direttamente al fascismo[59]. La direttiva di Starace recitava che:|
«[…] Vieto in modo assoluto che si cantino canzoni o ritornelli che non siano quelli della Rivoluzione e che contengano riferimenti a chiunque non sia il DUCE […]»
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| (Achille Starace[60]) |
Nello spirito di questa direttiva, vennero incoraggiati, ad esempio, canti come l'inno nazista Horst-Wessel-Lied e il canto franchista Cara al sol, trattandosi di brani musicali ufficiali di regimi affini a quello guidato da Mussolini[60]. Diversamente, alcuni brani furono ridimensionati, come La canzone del Piave, cantata quasi esclusivamente durante le commemorazioni dell'anniversario della Vittoria ogni 4 novembre[61].
Nella seconda guerra mondiale
Il Canto degli Italiani ricordato insieme al Risorgimento su un manifesto propagandistico della Repubblica Sociale Italiana
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano adottò provvisoriamente come inno nazionale, in sostituzione della Marcia Reale, La canzone del Piave[47][64][65]: la monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[47]; richiamando la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, poteva infondere coraggio e speranza alle truppe del Regio Esercito che combattevano i repubblichini e i tedeschi[66].
In questo contesto, Fratelli d'Italia, insieme agli altri canti risorgimentali e alle canzoni partigiane, tornò a riecheggiare nell'Italia meridionale liberata dagli Alleati e nelle zone controllate dai partigiani a nord del fronte di guerra[67]. Il Canto degli Italiani, in particolare, ebbe un buon successo negli ambienti antifascisti[61], dove si affiancò alle canzoni partigiane Fischia il vento e Bella ciao[47][67]. Alcuni studiosi reputano che il successo del brano negli ambienti antifascisti sia stato poi determinante per la sua scelta a inno provvisorio della Repubblica Italiana[49].
Spesso il Canto degli Italiani viene erroneamente indicato come l'inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. Tuttavia è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale della Repubblica di Mussolini: nelle cerimonie veniva infatti eseguito il Canto degli Italiani oppure Giovinezza[68]. Il Canto degli Italiani e – più in generale – le tematiche risorgimentali furono utilizzate dalla Repubblica di Mussolini, con un cambio di rotta rispetto al passato, per soli fini propagandistici[69].
Dalla fine della guerra alla sua adozione a inno nazionale provvisorio
Nel 1945, a guerra terminata, Arturo Toscanini diresse a Londra l'esecuzione dell'Inno delle Nazioni composto da Verdi nel 1862 e comprendente anche il Canto degli Italiani[2][44]; come inno nazionale provvisorio, anche dopo la Nascita della Repubblica Italiana, fu però temporaneamente confermata La canzone del Piave[70].Per la scelta dell'inno nazionale si aprì un dibattito che individuò, tra le opzioni possibili: il Va, pensiero dal Nabucco di Verdi, la stesura di un brano musicale completamente nuovo, il Canto degli Italiani, l'Inno di Garibaldi e la conferma della Canzone del Piave[70][71]. La classe politica dell'epoca approvò poi la proposta del ministro della Guerra Cipriano Facchinetti, che prevedeva l'adozione del Canto degli Italiani come inno provvisorio dello Stato[71].
Cipriano Facchinetti
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«[…] Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il
giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui
il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno
nazionale l'inno di Mameli […]»
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| (Cipriano Facchinetti[74]) |
Facchinetti propose di ufficializzare il Canto degli Italiani nella Costituzione, in preparazione proprio in quel momento, ma senza esito[71]. La Costituzione, entrata in vigore nel 1948, sancì infatti, nell'articolo 12, l'uso del Tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l'inno, e nemmeno il simbolo della Repubblica, che fu poi adottato con decreto legislativo datato 5 maggio 1948[76]. L'emblema fu scelto dopo due concorsi a cui parteciparono, complessivamente, 800 loghi realizzati da 500 artisti[76]; risultò poi vincitore Paolo Paschetto col suo noto Stellone[76]. Tuttavia, l'approvazione definitiva della Costituzione, avvenuta il 22 dicembre 1947 ad opera dell'Assemblea Costituente, fu salutata dal pubblico che assisteva alla seduta dalle tribune (e in seguito anche dai padri costituenti), con una spontanea esecuzione del Canto degli Italiani[77]. Un disegno di legge costituzionale preparato nell'immediato dopoguerra il cui obiettivo finale era l'inserimento, nell'articolo 12, del comma "L'inno della Repubblica è Fratelli d'Italia" non ebbe seguito, come pure l'ipotesi di un decreto presidenziale che emanasse un'apposita disciplinare[48].
In alcuni eventi istituzionali organizzati all'estero poco dopo la proclamazione della Repubblica, a causa della mancata ufficializzazione del Canto degli Italiani, i corpi musicali delle nazioni ospitanti suonarono per errore, tra l'imbarazzo delle autorità italiane, la Marcia Reale[73]. In un'occasione, in uno Stato africano, la banda nazionale del Paese ospitante eseguì invece, in luogo dell'inno nazionale italiano, 'O sole mio[34].
Il Canto degli Italiani ha poi avuto un grande successo tra gli emigranti italiani[78]: spartiti di Fratelli d'Italia si possono infatti trovare, insieme al Tricolore, in molti negozi delle varie Little Italy sparse nel mondo anglosassone. L'inno nazionale italiano è spesso suonato in occasioni più o meno ufficiali in Nord e Sud America[78]: in particolare, è stato la "colonna sonora" delle raccolte fondi destinate alla popolazione italiana uscita devastata dal conflitto, che furono organizzate nel secondo dopoguerra nelle Americhe[79].
Dal secondo dopoguerra alla riscoperta
Copertina del libretto Nabucco (Ricordi, 1923), in cui è contenuto il coro del Va, pensiero
Le critiche continuarono anche nei decenni seguenti; a partire dal Sessantotto, il Canto degli Italiani fu progressivamente oggetto di disinteresse collettivo e – molto spesso – di una vera e propria avversione[34]. Dati i suoi richiami alla lotta armata e alla Patria, Fratelli d'Italia era visto come un brano musicale arcaico e dalle marcate caratteristiche di destra[34]. Tra gli esponenti politici che proposero, negli anni, la sostituzione del Canto degli Italiani ci furono Bettino Craxi, Umberto Bossi[83] e Rocco Buttiglione[84]. Tra i musicisti che chiesero un nuovo inno nazionale ci fu invece Luciano Berio[49]. Michele Serra suggerì la revisione del testo in italiano moderno[49], mentre Antonio Spinosa giudicò il Canto degli Italiani troppo maschilista[85].
Giorgio Napolitano riceve dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi le insegne di cavaliere di gran croce decorato di gran cordone (15 maggio 2006)
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«[…] È un inno che, quando lo ascolti sull'attenti, ti fa vibrare
dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo
secoli di divisioni, di umiliazioni […]»
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| (Carlo Azeglio Ciampi[87]) |
Ciampi ripristinò anche il giorno festivo per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la relativa parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma[89], operando una più generale azione di valorizzazione dei simboli patri italiani[34]. L'iniziativa di Ciampi è stata ripresa e continuata anche dal suo successore, Giorgio Napolitano, con particolare risalto durante le celebrazioni del 150º anniversario dell'Unità d'Italia[34].
L'azione di Ciampi iniziò dopo il suo clamoroso gesto di protesta nei confronti di Riccardo Muti alla prima della stagione scaligera del 1999-2000. Ciampi rifiutò infatti la rituale visita di congratulazioni al direttore d'orchestra nel suo camerino, in quanto Muti non aveva aperto la serata, come era d'uso, suonando il Canto degli Italiani, da lui ritenuto inadeguato a introdurre il Fidelio di Ludwig van Beethoven[90]. D'altra parte, lo stesso Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l'invito all'azione con l'obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l'inno rivolge al popolo italiano[49] rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore Va, pensiero – il candidato più frequente alla sua sostituzione[86] – e ritenendo pertanto Fratelli d'Italia, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali[49]. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt'altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali[91].
In occasione dei festeggiamenti del 2 giugno 2002, ne è stata presentata una versione filologicamente corretta nella melodia della partitura, opera di Maurizio Benedetti e Michele D'Andrea, che ha ripreso i segni d'espressione presenti nel manoscritto di Novaro[92].
L'ufficializzazione come inno nazionale italiano
Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, fra i Corazzieri e la guardia d'onore, rende omaggio al Milite Ignoto all'Altare della Patria (4 novembre 2016)
Nel 2005 fu approvato un disegno di legge nella Commissione affari costituzionali del Senato; la proposta non ebbe seguito a causa della scadenza della legislatura, anche se fu fatta un'erronea comunicazione dove era riportato il fatto che fosse stato approvato un decreto legge datato 17 novembre, grazie al quale il Canto degli Italiani avrebbe ottenuto il crisma dell'ufficialità[93]. Tale informazione errata fu poi riportata anche da fonti autorevoli[93].
Nel 2006, con la nuova legislatura, è stato discusso, sempre nella Commissione affari costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevedeva l'adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell'inno[94]. Nello stesso anno venne presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevedeva la modifica dell'art. 12 della Costituzione italiana con l'aggiunta del comma «L'inno della Repubblica è Fratelli d'Italia», ma che non ebbe seguito a causa dello scioglimento anticipato delle camere[72][95]. Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare[96], peraltro senza mai portare a termine l'ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione, che restava perciò ancora provvisorio e adottato de facto[72][97].
Giocatori della Nazionale Under-23 di calcio dell'Italia durante l'esecuzione del Canto degli Italiani prima dell'incontro contro la Nazionale Under-23 di calcio della Costa d'Avorio (21 maggio 2008)
Il 29 giugno 2016, sulla scia del provvedimento del 23 novembre 2012, è stata presentata alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati una proposta di legge per rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale della Repubblica Italiana[101]. Il 25 ottobre 2017, la Commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato tale proposta di legge, coi relativi emendamenti[102] e il 27 ottobre, il disegno di legge è passato all'omologa commissione del Senato della Repubblica[101]. Il 15 novembre 2017 il disegno di legge che riconosce il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e di Michele Novaro quale inno nazionale della Repubblica Italiana è stato approvato in via definita dalla Commissione Affari costituzionali del Senato[103][104].
Visto che le due citate commissioni parlamentari hanno approvato il provvedimento in "sede legislativa", quest'ultimo è stato direttamente promulgato dal Presidente della Repubblica Italiana il 4 dicembre 2017 come "legge nº181" senza la necessità dei consueti passaggi nelle aule parlamentari[105]. Il 15 dicembre 2017 l'iter si è concluso definitivamente, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge nº 181 del 4 dicembre 2017, avente titolo "Riconoscimento del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli quale inno nazionale della Repubblica", che è entrata in vigore il 30 dicembre 2017[5]. I due commi che compongono la legge recitano[105]:
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«1. La Repubblica riconosce il testo del «Canto degli italiani» di
Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro
quale proprio inno nazionale.
2. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, ai sensi dell'art. 1, comma 1, lettera ii), della legge 12 gennaio 1991, n. 13, sono stabilite le modalità di esecuzione del «Canto degli italiani» quale inno nazionale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addì 4 dicembre 2017» |
| (Legge nº 181 del 4 dicembre 2017, Riconoscimento del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli quale inno nazionale della Repubblica) |
Il testo
Il ritornello
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«Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò» |
| (Ritornello de Il Canto degli Italiani) |
Ricostruzione moderna di un'insegna di una centuria, dove era indicato il numero della stessa all'interno della coorte
Nel ritornello è citata la coorte, un'unità militare dell'esercito romano corrispondente alla decima parte della legione[74]. Con «Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò» si allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l'obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all'epoca ancora diviso in sette Stati preunitari[2]. "Stringersi a coorte" significa infatti serrare metaforicamente le file tenendosi pronti a combattere[107]. La storia romana repubblicana è poi ripresa anche nella prima strofa del componimento. Nel ritornello è presente, per questioni di metrica, il termine sincopato "stringiamci" (senza la lettera "o") in luogo di "stringiamoci"[108].
Il reboante «Sì!» aggiunto da Novaro al ritornello cantato dopo l'ultima strofa allude invece al giuramento, da parte del popolo italiano, di battersi fino alla morte pur di ottenere la liberazione del suolo nazionale dallo straniero e l'unificazione del Paese[34].
La prima strofa
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«Fratelli d'Italia L'Italia s'è desta Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa Dov'è la Vittoria?! Le porga la chioma Ché schiava di Roma Iddio la creò.» |
| (Prima strofa de Il Canto degli Italiani) |
Publio Cornelio Scipione, soprannominato "Scipione l'Africano" dopo la battaglia di Zama. Nel Canto degli Italiani è chiamato col nome latino di Scipio
Nella prima strofa viene anche citato il politico e militare romano Publio Cornelio Scipione (chiamato, nell'inno, col nome latino di Scipio) il quale, sconfiggendo il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama (18 ottobre 202 a.C.)[2], concluse la seconda guerra punica liberando la penisola italiana dall'esercito cartaginese. Dopo questa battaglia Scipione fu soprannominato "Scipione l'Africano". Secondo Mameli, l'elmo di Scipione è ora indossato metaforicamente dall'Italia («Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa») pronta a combattere («L'Italia s'è desta», cioè "si è svegliata") per liberarsi dal giogo straniero ed essere di nuovo unita[2]. L'esaltazione retorica della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l'Africano, uno dei colossal storici del tempo. L'affermazione «l'Italia s'è desta» era già inserita nell'inno nazionale della Repubblica Partenopea del 1799, che venne musicato da Domenico Cimarosa prendendo spunto dagli scritti di Luigi Rossi: «Bella Italia, ormai ti desta / Italiani all'armi, all'armi: / Altra sorte ormai non resta / Che di vincer, o morir»[114].
1915: copertina di un albo di brani musicali patriottici: la personificazione dell'Italia, indossante l'elmo di Scipio e sventolante il Tricolore, guida i bersaglieri raccolti attorno ad essa
Con questi versi Mameli, con una tematica cara al Risorgimento, allude quindi al risveglio dell'Italia da un torpore durato secoli, rinascita che è ispirata dalle glorie della Roma antica[24].
La seconda strofa
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«Noi siamo da secoli Calpesti, derisi Perché non siam Popolo, Perché siam divisi Raccolgaci un'Unica Bandiera, una Speme Di fonderci insieme Già l'ora suonò» |
| (Seconda strofa de Il Canto degli Italiani) |
Mameli, nella seconda strofa, sottolinea quindi il motivo della debolezza dell'Italia: le divisioni politiche[24].
La terza strofa
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«Uniamoci, amiamoci L'unione e l'amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore Giuriamo far Libero Il suolo natio Uniti, per Dio, Chi vincer ci può!?» |
| (Terza strofa de Il Canto degli Italiani) |
Questi versi riprendono l'idea mazziniana di un popolo unito e coeso che combatte per la propria libertà seguendo il desiderio di Dio[24]. Infatti i motti della Giovine Italia erano proprio «Unione, forza e libertà» e «Dio e popolo»[2][115][116]. In questi versi è anche riconoscibile l'impronta romantica del contesto storico dell'epoca[34].
La quarta strofa
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«Dall'Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano, Ogn'uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, I bimbi d'Italia Si chiaman Balilla Il suon d'ogni squilla I Vespri suonò» |
| (Quarta strofa de Il Canto degli Italiani) |
La battaglia di Legnano in un dipinto di Massimo d'Azeglio
I Vespri siciliani in una tela di Francesco Hayez
Nella quarta strofa si fa anche cenno a Balilla («I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla»)[2], il giovane da cui originò, il 5 dicembre 1746, con il lancio di una pietra a un ufficiale, la rivolta popolare del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca. Questa rivolta portò poi alla liberazione della città ligure. Furono questi versi di Mameli, probabilmente, a ispirare il nome dell'Opera nazionale balilla, ossia dell'ente istituito dal fascismo che inquadrava, tra i propri ranghi, i giovani italiani dai 6 ai 18 anni[4].
Nella stessa strofa si accenna anche ai Vespri siciliani («Il suon d'ogni squilla / i Vespri suonò»)[2], l'insurrezione avvenuta a Palermo nel 1282 che diede avvio a una serie di scontri chiamati "guerre del Vespro". Queste guerre portarono poi alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. Per "ogni squilla" Mameli intende dire "ogni campana", facendo riferimento agli squilli di campane avvenuti il 30 marzo 1282 a Palermo, con i quali il popolo fu chiamato alla rivolta contro gli angioini dando così inizio ai Vespri siciliani[2]. Le campane che chiamarono il popolo all'insurrezione furono quelle del vespro, ossia quelle della preghiera del tramonto, da cui deriva il nome della rivolta[123].
La quinta strofa
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«Son giunchi che piegano Le spade vendute Già l'Aquila d'Austria Le penne ha perdute Il sangue d'Italia Il sangue Polacco Bevé, col cosacco Ma il cor le bruciò» |
| (Quinta strofa de Il Canto degli Italiani) |
Stampa risorgimentale satirica dopo le cinque giornate di Milano: Meneghino uccide l'aquila bicipite austriaca esclamando: "Hai finito di beccarmi, regina del pollaio"
Nella strofa si fa anche accenno all'Impero russo (nell'inno chiamato «il cosacco») che partecipò, insieme all'Impero austriaco e al Regno di Prussia, alla fine del Settecento, alla spartizione della Polonia[2][118]. È quindi presente un richiamo a un altro popolo oppresso dagli austriaci, quello polacco, che tra il febbraio e il marzo del 1846 fu oggetto di una violenta repressione ad opera dell'Austria e della Russia[2][118].
Con i versi «Già l'Aquila d'Austria / le penne ha perdute. / Il sangue d'Italia, / il sangue Polacco, / bevé, col cosacco, / ma il cor le bruciò» Mameli intende quindi dire che il popolo italiano e quello polacco minano dall'interno l'Impero austriaco in decadenza, come conseguenza delle repressioni patite e per via delle truppe mercenarie che indebolivano l'esercito imperiale austriaco[2]. Il testo fa riferimento all'aquila bicipite, stemma imperiale asburgico[75].
La quinta strofa del Canto degli Italiani, dai forti connotati politici, fu inizialmente censurata dal governo sabaudo per evitare attriti con l'Impero austriaco[2][75].
La sesta strofa
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«Evviva l'Italia Dal sonno s'è desta Dell'elmo di Scipio S'è cinta la testa Dov'è la vittoria?! Le porga la chioma Ché schiava di Roma Iddio la creò» |
| (Sesta strofa de Il Canto degli Italiani) |
Interpretazioni critiche
Il testo del Canto degli Italiani è giudicato talvolta troppo retorico, di difficile interpretazione e a tratti aggressivo[24][34][125]. Per quanto riguarda la retorica e la violenza che a tratti traspare dalle parole di Mameli, secondo Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, che hanno redatto una monografia sull'argomento, va considerato il periodo storico in cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era caratterizzata da un modo di esprimersi differente da quello utilizzato in tempi più recenti[19]. Inoltre, secondo lo storico Gilles Pécout, è anche opportuno osservare che, durante il secolo citato, il principale mezzo di risoluzione dei conflitti era la guerra[34].Invece, per quanto concerne la difficoltà nel cogliere il significato delle allusioni storiche e politiche contenute nel testo, che sono giudicate tutt'altro che immediate, Michele Calabrese, nella sua monografia sull'argomento, riconosce all'inno un certo spessore intellettuale: tra la cospicua produzione patriottica del Risorgimento, secondo Calabrese, il Canto degli Italiani ha infatti un testo caratterizzato da un profondo significato storico e culturale[24].
Alcuni revisionisti del Risorgimento vedono invece, nel testo del Canto degli Italiani, riferimenti riconducibili alla massoneria[114].
Anche il richiamo all'antica Roma è stato foriero di critiche: molti hanno visto, nei versi di Mameli, un'allusione all'imperialismo[126]. Gli studiosi dell'Istituto mazziniano di Genova hanno però analizzato più accuratamente, su un testo preparato per i 150 anni del Canto degli Italiani, il pensiero di Mameli: il patriota genovese, con i suoi versi, non accenna alla Roma imperiale, bensì alla Repubblica romana, che si difese con coraggio dalle mire espansionistiche di Cartagine sulla penisola italiana[9][106].
La musica
Il componimento musicale di Novaro[N 5] è scritto in un tipico tempo di marcia (4/4)[127] nella tonalità di si bemolle maggiore[6]. Ha un carattere orecchiabile e una facile linea melodica che semplifica la memoria e l'esecuzione[127].Per contro, sul piano armonico e ritmico, la composizione presenta una maggiore complessità, che si evidenzia specialmente dalla battuta 31, con l'importante modulazione finale nel tono vicino di mi bemolle maggiore, e con la variazione agogica dall'Allegro marziale[128] iniziale a un più movimentato Allegro mosso, che sfocia in un accelerando[127][129]. Questa seconda caratteristica è ben riconoscibile soprattutto nelle più accreditate incisioni della partitura autografa[130].
Da un punto di vista musicale, il brano si divide in tre parti: l'introduzione, le strofe e il ritornello.
L'introduzione è formata da dodici battute, contraddistinte da un ritmo dattilico che alterna una croma a due semicrome. Le prime otto battute presentano una successione armonica bipartita tra si bemolle maggiore e sol minore, alternati ai rispettivi accordi di dominante (fa maggiore e re maggiore settima)[129]. Questa sezione è solo strumentale. Le ultime quattro battute, introducendo il canto vero e proprio, tornano a si bemolle[128].
Le strofe attaccano dunque in si bemolle e sono caratterizzate dalla ripetizione della stessa unità melodica, replicata in vari gradi e a differenti altezze. Ogni unità melodica corrisponde a un frammento del senario mameliano, il cui ritmo enfatico entusiasmò Novaro, che lo musicò secondo il classico schema di dividere il verso in due parti («Fratelli / d'Italia / l'Italia / s'è desta»)[131].
Si nota però anche una scelta insolita, poiché al ritmo anacrusico non corrisponde l'usuale salto di un intervallo giusto: al contrario, i versi «Fratelli / d'Italia» e «dell'elmo / di Scipio» recano ognuno, all'inizio, due note identiche (fa o re a seconda dei casi). Ciò indebolisce in parte l'accentazione della sillaba in battere a vantaggio di quella in levare, e produce uditivamente un effetto sincopato, contrastando la naturale successione breve-lunga del verso piano[131].
Sul tempo forte dell'unità melodica di base si esegue un gruppo diseguale di croma puntata e semicroma.


Le incisioni
Diritti d'autore e di noleggio
I diritti d'autore sono già decaduti poiché l'opera è di pubblico dominio, essendo i due autori morti da più di 70 anni. Novaro non chiese mai un compenso per la stampa della musica, ascrivendo il suo lavoro alla causa patriottica; a Giuseppe Magrini, che realizzò la prima stampa del Canto degli Italiani, chiese solamente un certo numero di copie stampate per uso personale. Nel 1859, Novaro, alla richiesta di Tito Ricordi di ristampare il testo del canto con la sua casa editrice, dispose che il denaro fosse direttamente versato a favore di una sottoscrizione per Garibaldi[135].Le incisioni più antiche
Il documento sonoro più antico conosciuto del Canto degli Italiani (disco a 78 giri per grammofono, 17 cm di diametro) è datato 1901 e venne inciso dalla Banda Municipale del Comune di Milano sotto la direzione del maestro Pio Nevi[142].Una delle prime registrazioni di Fratelli d'Italia fu quella del 9 giugno 1915, che venne eseguita dal cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono[143]. L'etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.[144]
Un'altra antica incisione pervenuta è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master's Voice il 23 gennaio 1918[145].
La versione gospel
La cantautrice Elisa realizzò anche una versione gospel che avrebbe dovuto aprire le trasmissioni sportive Rai dedicate al campionato mondiale di calcio del 2002[146].Questa versione, commissionata in precedenza dal comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 e già eseguita durante la cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali precedenti, fu ritirata per le proteste di Maurizio Gasparri, all'epoca Ministro delle Comunicazioni del secondo governo Berlusconi[146].