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domenica 19 maggio 2019
A cosa servivano le piramidi
Frutto dell’ingegnoso e certosino lavoro di architetti, ingegneri, matematici, operai, contadini, intagliatori, decoratori e schiavi, secondo alcuni servivano a custodire e tramandare, impresse nella pietra, tutto il bagaglio di conoscenze astronomiche, matematiche e geografiche del popolo egizio. Molto più accreditata rimane, tutt’oggi l’ipotesi che servissero da monumenti funebri, per ospitare faraoni, tumulati insieme a tutte le loro ricchezze. Per quanto possa sembrare strano, le piramidi sono solo la parte superiore (sovrastruttura) delle tombe in cui i sovrani egizi venivano sepolti, per un periodo di 2000 anni circa, dal 2650 prima della nascita di Cristo sino a dirca il 1750… data dopo la quale in Egitto non si ebbero più piramidi, per lo meno di quelle dimensioni imponenti.
In tutta la storia dell’antico Egitto, le sepolture ebbero un carattere modulare, composte sempre dagli stessi elementi: la camera sotterranea in cui vi era il corpo del defunto, un corridoio e un pozzo che giungeva sino alla superficie, una sovrastruttura per segnalare la presenza della tomba e ricevere offerte per i defunti. Perché le piramidi erano così grandi dal punto di vista dimensionale? Secondo gli antichi Egizi il re era un Dio che discendeva sulla terra per ritornare in cielo dopo la morte. Le dimensioni imponenti segnalavano, dunque, che la tomba che stava sotto o dentro di esse ospitava il corpo di un Dio, non di un uomo. La parola piramide deriva dalla lingua greca, “pyramis”, nome preso probabilmente dalla tipica torta egiziana. Ma per gli egizi la piramide significava molto di più. Era la garanzia dell’immortalità del loro faraone, del loro conduttore, quindi del loro regno.
Nei tempi protodinastici i corpi dei defunti erano seppelliti in semplici tombe, nell’anonimato della sabbia e del deserto. Entravano in un processo di mummificazione naturale, come lo testimnoiano i vari cimiteri dell’area intorno alla valle dei re. Già in questa epoca gli egizi credevano nella vita dopo la morte, visti gli oggetti ritrovati accanto a queste mummie. Durante le prime dinastie, i sovrani iniziarono ad usare delle strutture di sepoltura più elaborate, destinate ai membri della corte. Le tombe a màstaba erano costituite un “gradone” di forma tronco-piramidale. La struttura conteneva alcune cappelle rituali e due porte: una “falsa”, attraverso la quale era consentito al defunto lasciare l’aldilà per andare a ricevere le offerte deposte dai vivi, ed un pozzo, chiuso con pietre e detriti, molte volte assai profondo, che dava accesso alla tomba vera e propria. La parte esterna della mastaba chiudeva l’accesso alla tomba e segnalava la presenza del sepolcreto. La costruzione di piramidi parte dal grande architetto egizio Imhotep (che gli Egizi, negli ultimi anni della loro civiltà, adorarono come Dio della medicina. Fu lui a realizzare la prima piramide. 100 anni prima di quella di Cheope, sotto il regno del re Djorser, durante la terza dinastia, tra il 2640 e il 2620 a.C.
Al quel tempo i faraoni venivano sepolti in tombe chiamate mastaba, Imhotep, il quale per la tradizione è anche fondatore della scienza medica egizia, ha avuto l’idea di mettere più mastaba una sopra l’altra, creando così la prima piramide a scaglioni nel deserto di Saqqara. La transizione dalla piramide a gradoni a quella con le pareti lisce ebbe luogo, durante il regno del Re Snefru, padre di Cheope, a Meidum, circa 70 chilometri a sud di Cairo. Nata probabilmente come piramide a gradoni, e forse proprio per questo, o per l’ancora poca esperienza architetti, la struttura collassò, scoprendo di nuovo l’aspetto originale a gradoni che possiamo ancora oggi ammirare. L’ossessivo desiderio per l’immortalità dei faraoni della quarta dinastia, insieme alla volontà e la credenza del popolo egizio, hanno permesso di costruire opere meravigliose e destinate a durare infinitamente, specie nei cuori degli appassionati di archeologia di tutto il mondo: le Piramidi di Giza.
LA MAIEUTICA
La maieutica
Il termine maieutica, dal greco maieutiké (sottinteso: téchne), significa "arte della levatrice" (o "dell'ostetricia") e designa il metodo socratico così come è esposto da Platone nel Teeteto. L'arte dialettica, cioè, viene paragonata da Socrate a quella della levatrice: come quest'ultima, il filosofo di Atene intendeva "tirar fuori" all'allievo pensieri assolutamente personali, a differenza di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l'arte della persuasione (Socrate, e attraverso di lui Platone, si riferiscono in questo senso ai Sofisti). Parte integrante del metodo è il ricorso a battute brevi e taglienti - ovvero la brachilogia - in opposizione ai lunghi discorsi degli altri e la rinomata ironia socratica.
Nel racconto dello stesso Socrate, l'ispirazione per questo tipo di dialettica derivava dall'esempio che il filosofo aveva tratto da sua madre, la levatrice Fenarete. Si trovano spunti e rielaborazioni del termine nello stesso Platone, durante tutto il Rinascimento e altrove.
La maieutica comincia dopo le fasi del rapporto maestro-discepolo e dell'ironia.
Il rapporto tra adulto e ragazzo (Socrate-discepolo) in Grecia era una
cosa lecita anche dal punto di vista erotico (in una persona si
ammiravano non l'aspetto fisico, ma l'intelligenza e la raffinatezza
spirituale). Socrate non arrivava al sesso.
Il discepolo a quel punto era libero di scegliere se continuare il rapporto da un punto di vista ideologico oppure andarsene. Continuando questo rapporto subentrava la fase dell'ironia (finzione). Socrate fingeva di abbassarsi al livello culturale del discepolo ponendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e mediante il dialogo Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice. Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verità dal discepolo. La maieutica quindi non è l'arte di insegnare ma l'arte di aiutare. La verità non è insegnabile perché è un sapere dell'anima; per questo Socrate non inculcava nei suoi "discepoli" le proprie idee, ma li aiutava a "partorire la loro verità".
Il metodo socratico, basato dunque su domande e risposte tra
Socrate e l'interlocutore di turno, procede per confutazione, ossia per
eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso
consiste nel portare gradualmente alla luce l'infondatezza delle
convinzioni che siamo abituati a considerare come scontate e che invece a
un attento esame rivelano la loro natura di “opinioni”. Tale metodo è
detto “maieutico” (ostetrico) perché conduce per mano l'interlocutore
con brevi domande e risposte per indurlo ad accorgersi della propria
ignoranza e a riconoscere il criterio della verità rispetto alla falsità
delle sue presunzioni.
Quindi non si basa sul tentativo di vincere
l'interlocutore con la propria abilità retorica, così come facevano i sofisti.
Socrate non contestava il fatto in sé che si potessero avere verità
definitive, ma che venissero spacciate per tali delle convinzioni che
non lo erano.
Aristotele,
a dir la verità in maniera poco chiara, avrebbe attribuito a Socrate la
scoperta del concetto e del metodo induttivo, sostenendo però al
contempo la loro inadeguatezza al trattamento dei problemi dell'etica.
In realtà il dialogo socratico ha un valore morale basato sul rispetto dell'interlocutore.
Il valore morale del dialogo socratico
Socrate vero sapiente
Secondo l'interpretazione di Gabriele Giannantoni[1], la dottrina socratica sarebbe spesso travisata per quanto riguarda valore e funzione del dialogo socratico. Tutto deriva da una interpretazione di Aristotele, primo storico della filosofia, che vede il filosofo ateniese come un anticipatore della sua stessa filosofia, quella della definizione del concetto. Socrate, cioè, nei dialoghi platonici, secondo Aristotele, si sarebbe inutilmente sforzato di arrivare a una verità razionale definita una volta per tutte: tentativo invece realizzato dalla logica aristotelica.
In realtà la dottrina socratica del dialogos vuol mostrare la relatività
del sapere, ossia l'idea del sapere mai definitivo: ecco perché Socrate
è il più sapiente degli uomini, come ha detto l'oracolo al suo amico Cherefonte; egli sa che l'uomo è "ignorante", mentre i più, come i sofisti, credono di sapere (ma non sanno).
È questa secondo Platone una delle colpe di Socrate: lui, che era vero sapiente, si dichiarava ignorante, i sofisti,
veri ignoranti, facevano professione di sapienza. In questo modo il
maestro contribuiva a distorcere il ruolo della filosofia. Egli stesso
al processo, pur avendo rifiutato l'aiuto di un "avvocato" sofista, per
l'abitudine di Socrate di dialogare in strada e nei più diversi luoghi
era stato ritenuto dagli Ateniesi un sofista lui stesso.
Socrate, nemico politico
Saranno i politici a istruire contro di lui false accuse che porteranno al processo e alla condanna a morte. Sottoposti al dialogo da Socrate, che cerca di confutare l'oracolo mostrandogli che vi sono uomini con fama di grandi sapienti, essi si mostreranno per quello che sono: parolai che credono di possedere verità assolute, ma che in realtà non sanno "definire" ciò che credono di sapere. Essi quindi saranno costretti a dichiarare la loro ignoranza e presunzione e da quel momento odieranno Socrate.
Socrate, quindi, per il regime democratico conservatore dell'Atene dopo la morte di Pericle,
con la sua fama presso i giovani è un pericoloso avversario politico,
un avversario da eliminare: egli mostra l'inadeguatezza della classe
politica dirigente e anima la contestazione giovanile, con l'uso critico della ragione insegna a rifiutare ciò che si vuole imporre con la forza della tradizione o per una valenza religiosa.
Il rispetto delle leggi
Socrate non può sfuggire alla condanna già decisa nel suo processo e d'altronde non tenterà di evitare la morte fuggendo, come gli suggeriscono gli amati discepoli, i quali non capiscono perché il maestro accetti l'ingiusta sentenza. Il comportamento di Socrate appare al senso comune dovuto a un malinteso principio di legalità, a un obbedire alle leggi sempre e comunque.
In realtà, sosterrà Socrate, egli ha prima "dialogato" con le
leggi ateniesi e si è convinto della loro giustezza; per questo egli è
vissuto sempre ad Atene.
Ora però queste stesse leggi sono ingiuste in quanto condannano un
innocente; ma questo non autorizza a violarle. Se ciò avvenisse, si
offenderebbero gli ateniesi che ritengono giusta la sua condanna;
bisognerebbe allora usare il dialogo
e convincerli: ma ormai, dice, "me ne manca il tempo" e poiché "è
meglio subire ingiustizia piuttosto che farla", Socrate accetta
serenamente la morte.
Il rispetto della legge non è subordinato al nostro interesse
particolare: essa va rispettata anche quando la si ritiene ingiusta, ma
nel contempo è nostro dovere adoperarsi per modificarla col consenso
degli altri.
Il valore teoretico e morale del dialogo
Quindi la fedeltà al principio del dialogo fa accettare a Socrate anche la morte.
Il dialogo quindi per un verso, com'è riportato dal giovane
discepolo Platone, è sempre "inconcludente"; non porta mai a termine ciò
di cui si discute, non chiude, non definisce la verità una volta per
tutte: la verità
va sempre rimessa in discussione. Ma per un altro verso è proprio con
il metodo socratico delle "brevi domande e risposte" che
l'interlocutore, rispettato nel suo diritto di capire e fare obiezioni, è
costretto a confessare la sua "ignoranza", capisce finalmente di
"sapere di non sapere".
Accanto alla relatività del sapere, chi dialoga con Socrate
apprende non solo il valore teoretico del dialogo come ricerca comune di
una verità sempre provvisoria, ma anche il valore morale (to meghiston agathòn, il sommo bene), questo sì definitivo: il rispetto dell'interlocutore.
Se, insomma, il Cristianesimo dirà: "Ama il prossimo tuo come te
stesso", Socrate ci lascia un principio più umano, ma altrettanto
grande: "Se non puoi amare il tuo prossimo, almeno rispettalo".
In pratica
Il metodo può essere utilizzato da un professore capace per insegnare agli studenti non delle nozioni, ma la predisposizione a pensare con la loro testa. Ecco alcuni fondamenti di questo metodo:- L'insegnante e gli allievi devono essere d'accordo sull'argomento da trattare.
- Gli studenti devono accettare di rispondere alle domande dell'insegnante.
- L'insegnante e gli allievi devono convenire sul fatto che il procedimento razionale in questione debba avere almeno la stessa importanza dei fatti veri e propri (da cui il ragionamento prende le mosse, ma nei quali non deve esaurirsi, se il fine è quello di oltrepassare i limiti dell'opinione per aspirare a conclusioni più generali).
- L'insegnante dovrà mostrare agli allievi come evitare errori nel ragionamento; soprattutto, dovrà mostrare quanto sia radicata la tendenza a proporre le proprie convinzioni personali come verità ovvie e immediatamente condivisibili su un piano universale. Questo richiede un grande talento da parte del docente e una grande rapidità nel valutare le risposte e nel formulare le domande che siano maggiormente in grado di portare avanti fruttuosamente il dialogo; il che non esclude che egli possa esser ripreso dagli allievi, ove questi individuino errori da parte sua.
Applicazione
Socrate ha spesso utilizzato il suo metodo ai fini della definizione di concetti morali quali la virtù, la pietà, la saggezza, la temperanza, il coraggio e la giustizia. Socrate non prende mai posizione a favore o contro una certa opinione: egli stesso dichiara a monte la sua ignoranza (ironia socratica). Si narra che l'oracolo di Delfi l'avesse dichiarato l'uomo più saggio della Grecia, proprio perché egli era consapevole di «sapere di non sapere» mentre gli altri credevano di sapere ed erano ignoranti, pieni delle loro personali convinzioni, non si rendono conto della loro stessa incapacità di attingere a una verità definitiva. Socrate si sforza dunque di condurre l'interlocutore a riconoscere che i suoi non sono altro che tentativi, destinati a fallire, di arrivare alla verità una volta per tutte. Socrate ritiene infatti che non si possa riconoscere la relatività della verità se non ci si libera delle "false opinioni" che fanno credere di possedere la verità assoluta.Confutazione nel dialogo socratico
Socrate dichiara il proprio "non sapere", perciò nessuna delle confutazioni che egli opera potrà essere basata sulla contrapposizione di una verità, che Socrate conosce, all'errore dell'interlocutore. Di conseguenza, Socrate si impone un metodo di discussione che faccia affidamento solo su ciò che l'interlocutore afferma, accetta e riconosce da sé.
Come si può dimostrare falsa un'affermazione senza contrapporgliene
direttamente una vera?
La risposta è: esaminando le conseguenze di tale affermazione. Dopo aver
chiesto all'interlocutore di pronunciarsi esplicitamente e chiaramente
su ciò che ritiene vero attorno a un certo tema, Socrate procede
derivando, da quello che l'interlocutore ha fissato come punto d'avvio,
delle conseguenze, delle quali l'interlocutore non era chiaramente
consapevole.
Questa è la “messa alla prova” delle credenze dell'interlocutore.
La confutazione può avvenire in diversi modi, dotati di diverso grado di forza argomentativa.
- Il modo più forte è quello della “reductio ad absurdum”, ben noto e brillantemente applicato nella matematica, ma anche nelle argomentazioni ontologiche e fisiche di Parmenide, Zenone di Elea e Democrito. In questo caso, dall'ipotesi esaminata derivano delle conseguenze che la contraddicono o che si contraddicono fra loro e l'ipotesi deve, perciò, essere scartata. L'applicazione nei dialoghi socratici di questa modalità non è, però, continua né esclusiva e neppure molto frequente.
- Il secondo modo è la riduzione al falso: rispetto all'ipotesi o alle sue conseguenze vengono presentati degli esempi tratti dall'esperienza che non possono essere inquadrati entro l'ipotesi e perciò la contraddicono (chiamiamoli “controesempi”). Pur senza essere impossibile, l'ipotesi risulta - così - non vera; le cose non vanno come l'ipotesi prevede.
- Una terza modalità, più debole, è il derivare, da una delle ipotesi sostenute dall'interlocutore, delle conseguenze che contraddicono altre convinzioni dell'interlocutore. A rigore, così, non si dimostra che l'ipotesi in questione sia falsa, ma solo che l'interlocutore sostiene diverse tesi che non possono essere tutte vere; almeno una di esse dovrà essere falsa, anche se non sappiamo quale. La discussione mette in risalto le contraddizioni che l'interlocutore portava con sé senza esserne consapevole.
Il conflitto delle credenze nella mente dell'interlocutore
Questa più debole forma di confutazione è molto frequente nei dialoghi socratici e spesso prende l'aspetto più interessante e affascinante. È soprattutto attraverso questa frequente modalità che l'insegnamento di Socrate si rivolge direttamente alla persona che egli “interroga” e ne svela i conflitti interni, svolgendo così una “terapia dell'anima”.
Presa di per sé, la si può chiamare confutazione solo in un senso
improprio, perché, a regola, non sappiamo mai, da essa sola, quale delle
tesi che si contraddicono sia da considerare confutata.
Se le tesi in conflitto sono due, sappiamo solo che non possono essere
entrambe vere, ma le altre possibilità rimangono tutte: può essere falsa
l'una, o l'altra, o entrambe.
Prendiamo un esempio dall’Eutifrone.
In un primo passaggio Socrate domanda a Eutifrone se siano vere le
storie mitologiche sugli dei e sui loro conflitti e sulle inimicizie
intercorrenti fra loro. Eutifrone risponde affermativamente: la credenza
in tale mitologia è una componente profonda della sua personalità e
delle sue convinzioni.
Poco dopo, però, Eutifrone - che si proclama esperto della santità
(ossia di tutto ciò che riguarda il rapporto fra gli uomini e gli dei) -
afferma che “pio” (o “santo”) è ciò che è “caro agli dei”. In sostanza
egli sta sostenendo che esista un sapere attorno a ciò che è “caro agli
dei” e che sulla base di tale sapere gli uomini (guidati da esperti,
quali Eutifrone) possano regolarsi in pratica nei loro rapporti con
essi.
A questo punto Socrate fa notare l'incompatibilità tra la credenza nei
miti sul conflitto fra gli dei (se questi sono in conflitto, vuol dire
che gradiscono cose diverse) e la pretesa di conoscere ciò che è caro
agli dei con la sicurezza che Eutifrone ostenta. Ciò che è caro agli dei
sarà controverso (un dio amerà ciò che un altro odia) e – di
conseguenza – il sapere compatto e sicuro attorno a tale soggetto sarà
impossibile.
Proviamo ora a chiarire questa mossa del dialogo socratico.
Uscendo per un attimo fuori dal contenuto letterale del testo, cerchiamo
di immaginare alcune conseguenze estreme ed esemplari che si sarebbero
potute trarre dalla difficoltà, se solo Eutifrone ne fosse stato più
consapevole.[2]
I tipi di esito sono tre:
- si lascia cadere la credenza nei miti e si salva la convinzione che si possa avere un sapere attorno alla divinità. In questo caso la divinità si concepisce come qualcosa che non può essere descritto con i racconti tradizionali, ma che è in sé razionale (conoscibile con l'indagine) e coerente. Il santo e l'empio saranno così derivabili senza rischio di contraddizioni da tale nozione della divinità. Questa è la soluzione che, senza che lo pronunci qui apertamente (è Eutifrone, e non è lui, che deve render conto del proprio sapere!), Socrate mostra di preferire;
- si conservano le credenze nel conflitto degli dei e si rinuncia a trovare una regola, comprensibile all'uomo e da lui applicabile in pratica, attorno a come rendersi graditi agli dei (la “scienza” del santo e dell'empio). La visione che ne deriva è quella di un universo “tragico”, nel quale coltivare ciò che è caro a una divinità può metterci in balia dell'odio di un'altra, come in effetti accade a molti degli eroi epici e tragici raffigurati nella poesia greca: di fronte alle immani forze in conflitto del divino, sono inutili tutti gli espedienti della previdenza e del sapere dell'uomo;
- si lasciano cadere entrambe le credenze. Ad es. con una posizione ateistica, oppure con una tesi simile a quella che sosterrà Epicuro (III secolo a.C.): gli dei, perfetti e beati, non hanno passioni negative (non è possibile pensarli in conflitto), ma, in quanto perfetti, beati e autosufficienti, sono indifferenti a ciò che fanno gli uomini e nulla di umano sarà loro odioso né gradito.
